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Con il caso Samsung la Corea del Sud scopre la corporate governance

appunti da tokyo

Con il caso Samsung la Corea del Sud scopre la corporate governance

TOKYO – C’è chi pensa che sia una mossa inutile e dannosa per l’intera economia nazionale: è la tesi della Federation of Korean Industries. Ma c’è chi la vede come una affermazione che la legge è uguale per tutti e una occasione per cambiare la corporate governance dei grandi gruppi nel segno della trasparenza e di un taglio ai rapporti con la politica che potrebbe finalmente «democratizzare» l’economia sudcoreana e migliorare non solo la gestione delle aziende, ma anche l’amministrazione della Nazione. L’arresto - la mattina del 17 febbraio - di Jay Y. Lee, leader di fatto del gruppo Samsung, apre interrogativi non solo su un certo vuoto di potere apertosi nel principale conglomerato sudcoreano, ma ha sicure implicazioni a più vasto raggio.

Oggi, 28 febbraio, ne è stata annunciata la prossima incriminazione formale con il rinvio a giudizio, assieme ad altri quattro altri dirigenti; in contemporanea, il gruppo ha annunciato alcune misure finalizzate a migliorare la governance aziendale. Pare sicuro che arresto e incriminazione non sarebbe avvenuti senza il clima da «Mani Pulite» che imperversa a Seul e dintorni per lo scandalo politico-affaristico che sta travolgendo la presidente Park Geun-hye, che attende la decisione finale sul suo impeachment votato dall’Assemblea nazionale. I difensori più o meno d’ufficio di Lee, in effetti, sottolineano che il suo arresto sia soprattutto una tappa per la speciale commissione di inchiesta nel tentativo di incastrare definitivamente la presidente. Lee è infatti accusato di aver consapevolmente finanziato entità facenti capo a una controversa amica della Park – una inquietante figura venata di sciamanismo – come favore alla presidente in cambio del via libera di enti governativi alla contestata fusione tra due società del gruppo Samsung da cui è uscito rafforzato il controllo della famiglia Lee sull’intero “chaebol” (in coreano gruppo di interesse, conglomerato).

In passato, i capi dei conglomerati la facevano sempre franca: anche quando erano condannati (come era successo al padre di Jay Y., Lee Kun-hee) arrivava una grazia presidenziale motivata dall’esigenza di non danneggiare l’economia nazionale. Una motivazione evocata dal giudice che, il 19 gennaio scorso, aveva respinto una prima richiesta di arresto per il vicepresidente ed erede designato del gruppo Samsung. Gli inquirenti hanno poi raccolto altri elementi e ampliato la gamma di accuse e Lee ha finito per subire l’onta del carcere e dei lacci ai polsi in diretta tv. Con il vecchio Lee incapacitato da tre anni a causa di un attacco cardiaco e il 48enne delfino Jay Y. in galera, verranno ora testati i limiti del capitalismo familiare alla coreana e dei suoi controversi rapporti con la politica.

Si tratta di un prodotto storico della industrializzazione a tappe forzate promossa dall’ex dittatore del Paese (il padre dell’attuale presidente sospesa dalle funzioni), che già scricchiolava sotto la pressione di vari fattori. Proprio il giovane Lee era impegnato a cercare di venire parzialmente incontro alle pressioni di alcuni fondi di investimento stranieri, tra cui Elliott Management di Paul Singer: lo stesso che in Italia sta facendo la guerra a Hitachi sul prezzo di acquisizione e sulla governance di Ansaldo STS (ma almeno Hitachi controlla il 51% di Ansaldo Sts, mentre le grandi famiglie coreane fatto il bello e il cattivo tempo con quote di minoranza frazionali). I fondi chiedono non solo più trasparenza a Samsung Electronics, ma un profondo riassetto del gruppo che sprigioni maggior valore per tutti gli azionisti, compresa la costituzione di una vera e propria holding. Vari punti sono stati accettati, compreso un aumento del dividendo, ma la riorganizzazione a questo punto subirà inevitabili ritardi: difficile che venga annunciata entro giugno, come era stato ventilato.

È chiaro che questa evoluzione ora entra in stallo assieme ad altre decisioni strategiche: con Jay Y. in carcere e con i dubbi sul processo di successione formale al padre, sembra ovvio che le decisioni fondamentali debbano essere rinviate. Le indicazioni, al momento, sono che la suprema autorità di decisione stia passando a un team di alti dirigenti come misura provvisoria che dà priorità a una stabilizzazione, a scapito di un rapido «decision-making» fuori dall’ordinaria amministrazione.

Un appello all’unità e solidarietà di gruppo – firmato dai capi di una sessantina di affiliate - è stato postato sull’Intranet aziendale, cercando di calmare il nervosismo dei dipendenti e sollecitandoli a credere in Samsung e a dare il meglio di sé in queste circostanze difficili. Oggi è stata annunciata la prossima chiusura del Corporate Strategy Office, un organismo finora potente incaricato di delineare le linee di crescita, ma anche attivo in un ruolo di pubbliche relazioni: questo ufficio è implicato nelle donazioni contestate dalla magistratura. I suoi dirigenti si dimetteranno. Jay Y. Lee aveva indicato la volontà di smantellarlo già l’anno scorso, così come aveva deciso a inizio febbraio di abbandonare la Federation of Korean Industries, lobby implicata in opache collusioni con ambienti governativi. Anche la divisione specificamente incaricata dei rapporti con il governo sarà smantellata.

In ascesa, secondo vari analisti, è il peso specifico di top manager come Kwon Oh-Hyun, che però potrebbe sostanzialmente aspettare il ritorno di Lee al timone. È stato Lee, ad esempio, ad avere un ruolo decisivo nella scelta e nei negoziati per l’acquisizione da 8 miliardi di dollari di Harman International (la maggiore mai fatta dal gruppo) nel quadro di un svolta verso nuove direttrici di crescita (in questo caso, le avanzate tecnologie per l’automotive). Se pure la generazione di profitti resta solida e l’impatto in Borsa relativamente limitato, Samsung vive una fase delicata, evidenziata dalla necessità di recuperare il danno di immagine subito a causa del flop del Galaxy Note 7 a rischio di surriscaldamento e incendio. Il caos politico in corso e la prospettiva di elezioni presidenziali anticipate a quest’anno aggiunge incognite: alcuni candidati cavalcano le insofferenze dei cittadini e promettono misure legislative per tagliare privilegi e capacità di influenza dei grandi gruppi, rendendo anche più difficile la permanenza di «cross-shareholdings» che consentono un controllo familiare dei chaebol anche con partecipazioni minime.

Ora la famiglia Lee controlla il 39,1% di Samsung C&T (la società che si avvicina a una holding di fatto), la quale controlla il 19,3% di Samsung Life e il 4,2% di Samsung Electronics. Proprio la controversa fusione infragruppo del 2015 – contestata da Elliott - tra Samsung C&T e Cheil Industries è nel mirino dei magistrati della speciale commissione inquirente: sospettano che il via libera da parte di enti governativi al merger sia stato “comprato” con le donazioni all’amica della presidente. Come evidenziato dall’agenzia di rating Fitch, l’arresto di Lee pone «un nuovo potenziale rischio alla reputazione del marchio». Ma la reazione contenuta dei mercati finanziari fa pensare che la solidità del gruppo sia fuori discussione. E che magari gli sviluppi futuri - anche se magari ritardati - potranno andare maggiormente incontro ai desideri degli azionisti di minoranza.

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