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Parigi-Londra, l’amore sull’hi-tech messo in crisi…

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Parigi-Londra, l’amore sull’hi-tech messo in crisi dalla Brexit

LONDRA — Tre anni fa, quando ha lasciato il suo posto di consulente a Monaco, a Jean-Michel Chalayer restava un’unica meta logica per mettere alla prova le sue capacità di imprenditore su Internet. «All’epoca, nessuna altra città avrebbe potuto attirarmi più di Londra» dice il francese Chalayer che ha vissuto anche in Germania, Canada, Svizzera e Argentina. Essendo cittadino europeo, Chalayer non ha avuto bisogno di visto per trasferirsi a Londra: appena arrivato, ha scoperto che farvi affari era di gran lunga più facile rispetto a Parigi, dove è nato. A Londra ha trovato anche un network di persone che investono in tecnologia e un folto gruppo di persone di talento che lo hanno aiutato a lanciare Le Salon, un’app che consente ai consumatori di prenotare un servizio di manicure e altri trattamenti estetici a domicilio.

Il suo staff composto da sette persone – alcuni britannici, altri europei, tutti giovani – lavora in un ufficio in condivisione nel quartiere trendy di Shoreditch, noto anche con il soprannome di «Ministero delle Startup»: l’ufficio è gremito di sviluppatori barbuti che sprizzano energia da tutti i pori e lavorano gomito a gomito attorno a un pianoforte a coda dismesso. Sembra quasi una comune del nuovo millennio. «Londra era molto più aperta al mondo» dice Chalayer, spiegandone il fascino. Un’intera generazione di imprenditori francesi che operano nel settore delle tecnologie è stata letteralmente affascinata dall’alchimia di Londra, fatta di talento, denaro, creatività e apertura.

FrenchConnection London, un gruppo di espatriati che fa rete, calcola che al momento vivano nel Regno Unito 4500 francesi, e che la stragrande maggioranza vi si sia trasferita negli ultimi dieci anni. «Il motivo per il quale i francesi vengono qui, soprattutto se imprenditori, è che vi si trova un ecosistema molto propizio alle start-up» dice il cofondatore di FrenchConnection, Albin Serviant. «Qui aprire un’azienda è molto più facile che in Francia». Resta tuttavia un’incognita capire se Londra continuerà a esercitare il suo fascino dopo il voto del giugno scorso con cui il Regno Unito ha deciso di uscire dall’Ue. Finora, dicono i dirigenti, se ne sono andati pochi imprenditori francesi dell’hi-tech. Altre partenze, però, sarebbero più difficili da quantificare: «Quando erigi un muro laddove non c’era, blocchi la serendipità», dice Chalayer.

Per quanti continuano ad arrivare a Londra, la strada da seguire è sempre la stessa: creare un’impresa a Parigi e, se funziona, trasferirla a Londra per espanderla a livello internazionale. «La si deve far crescere all’estero e Londra è un ottimo trampolino di lancio» dice Serviant, arrivato nella capitale del Regno Unito quattro anni fa per dirigere EasyRoommate, un servizio per la condivisione di appartamenti, e che ora sovrintende a un fondo di investimenti particolarmente interessati al settore hi-tech. Nel Regno Unito le aziende beneficiano di normative fiscali che concedono sgravi alle start-up e di leggi sul lavoro più clementi di quelle in vigore in Francia, dove regole e regolamentazioni diventano più onerose a mano a mano che i lavoratori di un'azienda si avvicinano a 50.

Ciò che rende Londra unica, dice, è l’enorme concentrazione di persone di talento. Nel suo staff è rappresentata una decina di nazionalità diverse, e ciò rende più facile operare sui vari mercati, dalla Polonia al Portogallo. «Qui trovi fino a 24 paesi in un solo ufficio», dice Serviant. Antoine Baschiera, altro imprenditore francese, concorda: «Se hai un’azienda francese e vuoi che abbia un Dna internazionale, devi andare a Londra». L’ex consulente di PwC ha fondato Early Metrics nel 2015, una sorta di agenzia di rating per start-up e le valuta in base a criteri come talenti del management, risorse finanziarie e potenzialità di crescita. Dopo un anno a Parigi, i clienti francesi come LVMH, il marchio degli articoli di lusso, lo hanno incoraggiato ad attraversare la Manica. «Quando lavori a Parigi non sei sulla carta geografica mondiale, né su quella europea. Ti trovi soltanto su quella francese», dice.

Finora Baschiera ha trovato «super facile» aprire un’azienda a Londra e plaude a un “ecosistema” hi-tech che riesce a bilanciare start-up, investitori, università e clienti. (Era meno preparato, tuttavia, alla cultura d’impresa anglosassone nella quale si parla apertamente di soldi). Per quanto riguarda la Brexit, resta impassibile e dice che le «start-up vivono e muoiono in micro-ambienti. La Brexit non ha influenza su di loro». Altri, però, sono di diverso avviso. Fabrice Berhnard, che ricorda bene come un tempo tra imprenditori si dicesse che Londra avrebbe superato la Silicon Valley, dice: «Quando mi sono trasferito a Londra ho avvertito molte dinamiche positive, ma dalla Brexit in poi non le ho più percepite». Un anno e mezzo fa Bernhard ha aperto un ufficio londinese per la sua società di consulenze software Theodo con sede a Parigi, e lo ha fatto per questo motivo: «Il mondo è grande e la conquista del mondo passa per Londra». A incoraggiarlo sono state anche le favorevoli normative fiscali del Regno Unito. Una delle clausole di «sgravio fiscale» previste per gli imprenditori, per esempio, gli permette di pagare appena il 10 per cento sui primi 10 milioni di sterline di profitto derivanti dalla vendita di una start-up.

«Se paragoniamo questo sgravio fiscale a quello previsto dalle normative francesi, dove nel migliore dei casi devi pagare il 35 per cento, è ovvio che stiamo parlando di quantità ingenti di denaro», dice Bernhard. Ora, però, vede profilarsi all’orizzonte l’obbligo di compilare montagne di scartoffie per garantirsi un visto per il Regno Unito e sta pensando addirittura di tornare a Parigi. La Francia ha spalancato le braccia per accogliere gli imprenditori introducendo un nuovo «visto hi-tech»attirare talenti e riversare più soldi nella promozione di questo settore. «La Francia, però, conserva in proposito un atteggiamento del tutto irrazionale» commenta Bernhard, che vorrebbe sollecitare la classe politica francese ad affrontare e risolvere le complessità relative a tasse e leggi sul lavoro per ricomporre quanto prima e in modo razionale il divario rispetto a Londra. Anche se i francesi ci riuscissero, ammette Bernhard, Parigi resterebbe in ogni caso priva dell’inglese, la lingua internazionale con la quale si fanno affari nel mondo. Quest’anno, oltretutto, le elezioni per il presidente della republica in Francia sono fonte di grande incertezza. «Le cose potrebbero peggiorare ancora», dice.

Per il mondo delle start-up, gli anni necessari a negoziare la Brexit potrebbero equivalere a parecchie vite. Se le cose peggioreranno, nel giro di poche settimane aziende come Le Salon potrebbero fare i bagagli e dirigersi a Berlino o a Barcellona alla ricerca di un nuovo ufficio in condivisione. Serviant dubita che sarà necessario: secondo lui nel periodo post-Brexit Londra diventerà ancora più ospitale nei confronti degli imprenditori stranieri, perché taglierà le tasse e offrirà loro più incentivi per rimanere. «Sono ottimista, perché questo è un paese pragmatico», conclude.

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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