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SoftBank, Alibaba e Foxconn alleate per un’espansione globale

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SoftBank, Alibaba e Foxconn alleate per un’espansione globale

Fino a questo momento Donald Trump ha avuto un rapporto brusco e secco con la Silicon Valley, ma tre colossi orientali del settore dell’hi-tech hanno iniziato a maturare quegli stessi frutti ai quali aspira il presidente degli Stati Uniti: investimenti, posti di lavoro e fabbriche. Il trio di importanti uomini d’affari è formato da tre dei più grandi gruppi asiatici del settore delle tecnologie: Masayoshi Son è il fondatore della giapponese SoftBank; Jack Ma ha fondato Alibaba; Terry Gou di Foxconn, che l’anno scorso ha prodotto hardware per Apple per un valore stimato di 75 miliardi di dollari, non ha ancora incontrato Trump di persona, ma fa balenare la prospettiva di aprire un impianto negli Stati Uniti.

Nel complesso, i tre valgono circa 400 miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato e sono responsabili di oltre 1,1 milioni di posti di lavoro. Rappresentano un insieme integrato in verticale di competenze, che partono dal basso con le fabbriche di Foxconn, gestiscono big data con Alibaba e investimenti con SoftBank. Fanno anche parte di quella che un banchiere chiama «una federazione sciolta» di attori, collegati da investimenti congiunti, progetti comuni e rapporti personali sui quali fare leva a mano a mano che si espandono a livello globale. Nei suoi piani per il mercato statunitense, oltre ad assemblare iPhone, Foxconn vuole rafforzare il suo marchio globale vendendo più prodotti Sharp in America. SoftBank, che ha promesso un investimento di 50 miliardi di dollari e la creazione di 50mila posti di lavoro americani, è alla ricerca di più contratti per dare forte slancio a Sprint, il suo operatore mobile wireless negli Stati Uniti. Quanto ad Alibaba, intende attirare sempre più commercianti statunitensi sulle sue piattaforme di e-commerce, vendendo prodotti americani in Cina. Ma ha detto che le piccole imprese americane che vendono merci sulla sua piattaforma porterebbero alla creazione di un ulteriore milione di nuovi posti di lavoro.

Gli esempi della cooperazione e dell’interdipendenza del trio abbondano. Foxconn, quotata in borsa a Taiwan come Hon Hai, ha da poco assunto il controllo del tech fund con sede in Asia di SoftBank pagando 600 milioni di dollari per il 54,5% delle azioni. L’iniziativa è stata considerata dagli osservatori una prova della fiducia che regna tra Son e Gou. Son ha avuto una parte dietro le quinte nell’acquisizione da parte di Foxconn per 3,5 miliardi di dollari della centenaria Sharp, l’anno scorso, contribuendo a fissare meeting tra prestatori di Sharp e descrivendo Gou come un «vero amico», un bel cambiamento radicale, in effetti, rispetto a quando Son ha avuto la sua prima occasione di vendere un traduttore automatico al gruppo giapponese di elettronica.

I due accordi – un banchiere ha detto che è come se Sharp avesse concesso una «licenza di caccia» a Foxconn in Giappone – hanno portato gli analisti a ipotizzare che il fondo tech possa essere usato come mezzo per acquisire l’attività di flash-memory di Toshiba, sulla quale anche Gou ha messo gli occhi. Foxconn sta anche sostenendo insieme al fondo sovrano dell’Arabia Saudita, Apple e il produttore di chip Qualcomm, il technology fund da 100 miliardi di dollari di SoftBank che sta per essere lanciato.

Anche i legami tra Alibaba e SoftBank sono forti, indubbiamente facilitati dal fatto che SoftBank ha trasformato un investimento iniziale di 20 milioni di dollari nell’azienda cinese in uno che ne vale miliardi. I due fondatori sono amici intimi, anche se c’è mancato poco che il loro appuntamento del 1999 che ha sugellato quel primo investimento saltasse. Alibaba si era appena assicurato un finanziamento di 5 milioni di dollari da Goldman Sachs e, avendo finanziamenti quasi in eccesso, non era alla disperata ricerca di altri. Tuttavia Ma, che aveva conosciuto Son a una sessione in stile speed-dating in Cina poche settimane prima, non si è lasciato dissuadere. «Stiamo parlando di Masa!», ha detto ai colleghi. «E quando lui chiama, voi dovete andare a fargli visita». Son oggi è nel consiglio di amministrazione di Alibaba e i due hanno coinvestito nell’app cinese di prenotazione veicoli e mezzi di trasporto Didi Chuxing e nel venditore online indiano Snapdeal, insieme a Foxconn. A livello personale, i due fondatori hanno investito in Breakthrough Energy Ventures di Bill Gates.

Alcuni sottolineano le somiglianze tra i due imprenditori: Jack Ma è un insegnante diventato tycoon e Son è l’outsider che grazie alle sue radici coreane ha decisamente sfondato, non soltanto in Giappone ma in tutto il mondo. In ogni caso, a coloro che hanno lavorato in stretto contatto con entrambi e li conoscono bene, non sfuggono le loro differenze di stile. «Masa è un uomo di idee, e gestisce da solo ogni cosa. Chiama i suoi manager e chiede loro di fare questo o quello. Jack invece è diverso, si interessa alle persone, alla cultura, non ai dettagli degli affari. Sono diversi, ma molto amici e si fidano e sostengono a vicenda», ha detto una fonte.

Alibaba non è tra gli investitori previsti nel fondo Vision da 100 miliardi di dollari di SoftBank: una persona a conoscenza dei particolari dice che a investire è SoftBank, mentre quando Alibaba investe di solito c'è una logica di fondo strategica. In ogni caso, vi è una concreta possibilità che Alibaba lavori con società che rientrano nel portafogli del fondo, e in verità potrebbe farlo con Arm, il designer di chip del Regno Unito rilevato da SoftBank l’anno scorso per 32 miliardi di dollari. Alibaba, insieme a Foxconn, ha investito anche in SoftBank Robotic Holdings, in sostanza un tentativo di portare il robot umanoide Pepper in Cina. A dicembre SoftBank ha annunciato che inizierà a offrire il servizio cloud di Alibaba al mercato giapponese. «Entrambi hanno opportunità uniche da offrirsi a vicenda. Il fattore chiave è che insieme sono più forti di quanto non lo siano separatamente», dice Kirk Boodry, un analista di New Street Research.

Per Foxconn, dice una fonte a conoscenza della sua filosofia aziendale, i contratti stanno migliorando la catena di valore rispetto alla produzione, dato che sempre più il software è inserito nell’hardware. La joint venture del fondo con SoftBank, dice Foxconn, si adegua alla «sua strategia complessiva di investimento, mirante ad aumentare le nostre capacità nelle tecnologie importanti e in aree di crescita chiave» e questo significa «sfruttare le nuove opportunità di investimento che sosterranno i nostri obiettivi di sviluppo aziendale globale».

Anche Gou di Foxconn e Ma sono amici di lunga data: quando si conobbero discussero animatamente dei meriti delle grandi aziende (Gou) rispetto a quelli delle piccole (Ma difende sempre le piccole e medie imprese che vendono prodotti sulle sue piattaforme di e-commerce). «Fu una discussione filosofica», minimizza una fonte che ben conosce i due e che spiega quel battibecco con un modo di dire cinese originario dal kung fu: «bu da bu xiangshi»”, che significa a grandi linee «l’amore non è amore senza qualche batticuore».

I rapporti d’affari tra Gou e Son risalgono quanto meno agli inizi degli anni Duemila, quando Son si rivolse a Foxconn per realizzare il modem per Yahoo BB, il servizio a banda larga di SoftBank che ha ridato nuova vita alla connessione internet in Giappone. Il responsabile di SoftBank oggi funge sia da “comprador” sia da co-investitore. L’investimento negli Stati Uniti e le promesse di nuovi posti di lavoro sono stati indipendenti tra loro, dicono le aziende, e la loro contemporaneità è una pura coincidenza. I legami tuttavia sono evidenti dalle foto di un radioso Son che mostra un dossier con la criptica cifra di sette miliardi di dollari scritta accanto al logo di Foxconn. Poco dopo Gou ha reso noto che quello era l’importo totale che prevedeva di versare per costruire un impianto di produzione di display a schermo piatto negli Stati Uniti.

Satoru Kikuchi, analista di SMBC Nikko Securities, dice che il sempre più profondo rapporto tra i tre colossi asiatici dell’hi-tech è motivato più dalla necessità che dal desiderio di creare un’alleanza pan-asiatica. «Quando hai bisogno di investire molto e ad ampio raggio, evitando di far correre rischi alle tue finanze, c’è bisogno di darsi una mano», dice Kikuchi. «Con gli investimenti che si allargano dagli Stati Uniti al Regno Unito all’Arabia Saudita, Son non vuole necessariamente una forte alleanza asiatica».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti )

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