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L’industria indiana dell’e-commerce sfida il potere crescente…

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L’industria indiana dell’e-commerce sfida il potere crescente di Alibaba

Dieci anni dopo aver lasciato Amazon per creare quello che era destinato a diventare il più grande mercato online indiano, Sachin Bansal ha presentato richiesta formale di protezione al governo nei confronti del suo ex datore di lavoro. A Bangalore, durante una conferenza, nel dicembre scorso il cofondatore di Flipkart ha detto: «Quello che dobbiamo fare è ciò che la Cina ha fatto e ha detto al mondo: ci serve il vostro capitale, ma non abbiamo bisogno delle vostre aziende». Il suggerimento di Bansal non sembra aver lasciato il segno e guadagnato l’appoggio di un governo che è propenso ad ammorbidire la reputazione dell’India di ambiente ostile e poco aperto alle aziende straniere. In ogni caso, le sue parole hanno messo in luce la battaglia che divampa nell’e-commerce indiano tra le aziende locali e Amazon, che ha fatto dell’India il suo principale obiettivo asiatico dopo non essere riuscita ad avere un grosso impatto in Cina.

Da quando ha avviato le sue operazioni in India nel 2013, Amazon ha beneficiato di rapidi incrementi di quote di mercato a spese di leader locali come Flipkart e Snapdeal, e ciascuna delle tre aziende ha visto bruciare decine di milioni di dollari al mese a mano a mano che la concorrenza si andava intensificando. La disputa riflette il potenziale di crescita: si calcola che le vendite indiane nell’e-commerce passeranno dai 10 miliardi di dollari del 2015 ai 47 miliardi di dollari nel 2020: così prevede eMarketer, un gruppo di ricerca degli Stati Uniti. Adesso Bansal deve affrontare un’altra sfida, proveniente dall’influenza sempre maggiore che ha in India il gruppo cinese tecnologico Alibaba, che sta investendo 177 milioni di dollari nel business dell’e-commerce di Paytm, illustre start-up tecnologica indiana meglio nota per la sua piattaforma per i pagamenti digitali.

Alibaba e la sua affiliata Ant Financial hanno già investito oltre 680 milioni di dollari in Paytm, e la loro percentuale combinata in Paytm Ecommerce supererà il 50 per cento. Gli analisti credono che Paytm Ecommerce – nata di recente dalla sua azienda madre – sia parecchio indietro rispetto a Flipkart e Amazon per ciò che concerne il volume delle vendite. Alibaba potrebbe avvicinarsi alla divisione e-commerce come appendice del core business di Paytm, sperando di poter sostenere una piattaforma di vendita al dettaglio che spingerà i volumi del sistema di pagamento di Paytm: così afferma Sanchit Vir Gogia, fondatore della società di consulenze Greyhound Knowledge Group.

Separatamente rispetto al loro investimento nel business dell’e-commerce, Alibaba e Ant la settimana scorsa hanno acquistato azioni di Paytm per ulteriori 250 milioni di dollari dagli azionisti esistenti. Lo ha rivelato una persona a conoscenza dei dettagli della transizione. Una cospicua parte delle risorse che stanno affluendo in Paytm Ecommerce, tuttavia, ha già innescato una serrata concorrenza in questo settore, proprio nel momento in cui essa deve far fronte a un entusiasmo assai fiacco da parte degli investitori stranieri. Tutto ciò arriva dopo un periodo di finanziamenti in esubero, spinti dalla SoftBank giapponese e dalla statunitense Tiger Global Management, rispettivamente i più grandi investitori in Snapdeal e Flipkart. Nei nove mesi antecedenti al settembre 2015 alcune aziende tecnologiche indiane non quotate in Borsa hanno raccolto 6,7 miliardi di dollari, ma nei successivi nove mesi, secondo quanto riferisce la società di ricerche Tracxn, hanno raccolto meno della metà di quella cifra.

Rohit Bansal, il cofondatore di Snapdeal, l’anno scorso ha detto che il rallentamento è salutare per il settore e che ci saranno «sempre soldi disponibili» per le aziende che perseguono un business plan sostenibile. Il mese scorso, tuttavia, egli ha deciso di rinunciare al suo stipendio a tempo indeterminato, dato che l’azienda ha deciso di tagliare 600 posti di lavoro dopo aver subito un crollo del mercato azionario da quando aveva raccolto finanziamenti con una valutazione di 6,5 miliardi di dollari nel febbraio dell’anno precedente.

L’attenzione nei confronti degli sforzi di raccolta di fondi di queste aziende riflette il pesante consumo di cassa nel quale sono incorse con una spesa aggressiva per marketing, logistica e spese per dipendenti. Nell’anno precedente al marzo 2016 – ultimo periodo per il quale sono disponibili tali cifre – Flipkart, Snapdeal e Amazon India hanno fatto registrare una perdita netta aggregata di 93,8 miliardi di rupie (1,4 miliardi di dollari). Flipkart non ha messo insieme altro denaro dall’agosto 2015, quando intraprese un round di finanziamenti per 700 milioni di dollari con una valutazione di 15 miliardi di dollari. Nel settembre scorso ha intavolato trattative con Walmart per una eventuale vendita di azioni e si dice che quest’anno abbia discusso con Microsoft e la rivale di Alibaba Tencent. Qualsiasi nuovo finanziamento per Flipkart e Snapdeal avverrà con valutazioni molto inferiori ai round precedenti, dice Kashyap Deorah, imprenditore nel settore delle tecnologie. «Questi altri investitori non fumano la stessa roba di Tiger e SoftBank. Le valutazioni massime sono ormai alle spalle».

Simili avvertimenti sono stati incoraggiati da una serie di svalutazioni contabili da parte di azionisti istituzionali in Flipkart, in particolare un fondo comune di investimento a capitale variabile di Morgan Stanley che ha abbassato a 5,4 miliardi di dollari la sua valutazione dell’azienda. Nitin Seth, direttore operativo di Flipkart, liquida questi «esercizi teorici» da parte degli investitori come «forme di scarsissima comprensione dell’azienda». Seth dice che negli ultimi cinque mesi Flipkart sta accrescendo il suo vantaggio su Amazon e stima che le sue vendite siano più elevate di almeno il 20 per cento rispetto alla sua concorrente principale.

Nel settore dell’elettronica per la telefonia mobile – che rappresenta un terzo delle vendite online in India – Flipkart ha tratto beneficio da un rialzo nell’ultimo trimestre dell’anno, aiutato secondo gli analisti di Counterpoint Reserarch dalle forti vendite di alcuni cellulari cinesi per i quali aveva diritti esclusivi di distribuzione. Ma, aggiungono, le vendite di smartphone di Amazon per l’anno nel suo complesso sono quintuplicate più rapidamente di quelle di Flipkart, e adesso l’azienda vuole ribadire con forza i suoi vantaggi in termini di tecnologia e processi da offrire a consumatori indiani sempre più oculati, dice Amit Agarwal, direttore esecutivo di Amazon India.

L’anno scorso Amazon ha fatto debuttare in india il suo servizio Prime di consegne rapide e ha anche lanciato un servizio di fornitura di un certo numero di prodotti alimentari che garantisce consegne nell’arco di due ore, scommettendo sull’idea che i consumatori indiani apprezzino sempre più convenienza e qualità dei servizi abbinate a prezzi bassi. «Ogni Paese ha attraversato questa stessa prima fase di lancio, verso la quale le persone erano attratte perché facevano ottimi affari. A un certo punto, poi, i clienti hanno iniziato a maturare, e in India ormai abbiamo raggiunto questo punto di flesso», dice Agarwal. Ad Agarwal l’anno scorso erano stati assicurati tre miliardi di dollari di capitale di Amazon da investire in affari in India, oltre ai due già promessi.

Questi ingenti capitali potrebbero dimostrarsi di importanza cruciale nella lunga e seria guerra per conquistare i consumatori digitali indiani, dice Deorah. «Le cose non dipendono da chi fa i più grossi affari oggi, ma da chi è disposto a investire più soldi affinché ciò possa accadere».


Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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