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Leadership, matematica e... calci di rigore

Regole e doti naturali

Leadership, matematica e... calci di rigore

Anche se può sembrare incredibile i più grandi rigoristi di tutti i tempi, e anche i migliori tra quelli di oggi, per battere i portieri avversari applicano in modo rigoroso la Teoria dei giochi: ovvero il modello matematico che studia le situazioni competitive in cui due o più persone (o gruppi di persone, oppure organizzazioni) si misurano tra loro con capacità di decisione autonoma e interessi ovviamente contrastanti. Detta anche teoria delle decisioni interattive, è una “parte” della matematica che ha trovato applicazione e codificazione pratica in epoca relativamente moderna, a inizio del secolo scorso: è stata utilizzata, per esempio, per prevedere azioni e reazioni militari durante il periodo della Guerra Fredda tra Usa e Urss. Anche se, per quanto riguarda il gioco d’azzardo, il primo dibattito viene fatto risalire alla metà del 1600.

In ogni caso, al di là di quando sia stata codificata e dei dettagli tecnici più approfonditi, la Teoria dei giochi ci dice che battere un calcio di rigore significa tirare nel 61,5% dei casi con il proprio piede forte incrociando la traiettoria, e nel 38,5% inventando qualcosa di diverso. Ebbene, da Roberto Baggio a Diego Armando Maradona, da Cristiano Ronaldo a Lionel Messi, tutti i più grandi rigoristi hanno seguito in modo “naturale” e quasi certamente senza saperlo quanto prescritto dalla Teoria dei giochi. Tirando più o meno il 60% delle volte come voleva madre natura, e il 40% con variazioni sul tema. Ora, se non conoscevano e non conoscono la Teoria dei giochi, come è possibile una simile precisione?

Qui si torna a Madre Natura, al sapere innato che distilla in pochi fortunati comportandosi invece da matrigna con il resto del genere umano. Esistono altri esempi: quello di alcuni pittori che, pur non avendo mai studiato la sezione aurea, collocano i protagonisti all’interno dei propri dipinti posizionandoli proprio dove prevede la matematica. Il risultato è che l’immagine risulta naturalmente gradevole all’occhio di chi guarda: uno spostamento di pochi centimetri, al contrario, dà immediatamente la sensazione del «fuori posto». Molti dei più grandi artisti di ogni epoca, a partire da Leonardo da Vinci, conoscevano benissimo questa parte della matematica: e le loro straordinarie opere ne hanno seguito il dettato con estrema precisione.

La stessa sezione aurea trova applicazioni anche in campo musicale, ma parlando di doni del Cielo è più utile ricordare «l’orecchio assoluto»: ossia la capacità di stabilire con precisione l’altezza (o meglio la frequenza) di un suono senza dover ricorrere, come tutti i poveri mortali, all’uso del diapason. Capita a circa uno su diecimila circa tra i musicisti, mentre non è stata individuata una percentuale valida tra chi non conosce la musica. Basta però dire che, in base alle testimonianze storiche, di «orecchio assoluto» era ampiamente fornito un certo Wolfgang Amadeus Mozart.

La leadership, al di là delle regole matematiche, nasce così: da un insieme di doti naturali e innate. Certo, poi occorre coltivarle, studiarle e metterle in pratica. Ma ogni anno ci provano migliaia di manager, imprenditori e politici: senza riuscirci. Magari arrivano a essere autoritari, ma non autorevoli. Possono ottenere risultati attraverso la paura che incutono, ma non raggiungono i livelli di successo di chi chiede le cose per favore.

Perché alla fine, essere leader significa mettere gli altri prima di noi stessi, cercare di essere al servizio invece che ambire ad avere molti servitori, anteporre il valore di un’idea al proprio interesse personale. La cosa buffa è che, così facendo, quasi sempre si ottiene molto di più di quanto sia possibile raggiungere con la forza, comunque sia declinata.

Winston Churcill, dopo aver guidato il Regno Unito come Primo ministro durante il difficile periodo della seconda guerra mondiale, si presentò alle elezioni per ottenere la conferma del proprio mandato. Venne sconfitto. La notizia del risultato elettorale gli venne comunicata dalla moglie Clementine, che l’aveva ricevuta per telefono.

«Sai Winston - gli disse mentre l’ormai ex Primo ministro si stava facendo la barba -, abbiamo perso». «No mia cara - fu la risposta -. Non abbiamo perso. Abbiamo vinto. Perché abbiamo combattuto tutta la vita affinché questo fosse possibile».

Per la cronaca, e per la storia, Winston Churchil vinse le elezioni successive nel 1951. Chiuse la sua carriera politica da Primo ministro.

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