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I difetti della corporate governance si spiegano con la parola…

appunti da tokyo

I difetti della corporate governance si spiegano con la parola «Sontaku»

Una parola della lingua giapponese poco usata e difficilmente traducibile ha assunto improvvisamente notorietà internazionale a causa di uno scandalo politico e comincia a essere utilizzata anche per dare una spiegazione ai casi crescenti di difettosa corporate governance. «Sontaku» riguarda l’azione che qualcuno compie «leggendo tra le righe» delle aspettative di un superiore o comunque di una persona di autorità, anche se questa persona non ordina né suggerisce di compierla.

A fare «sontaku» sembra siano stati gli alti funzionari pubblici che hanno venduto un terreno dello Stato a una frazione del suo valore commerciale aun operatore scolastico nazionalista, Moritomo Gakuen, pensando di corrispondere così alle attese dello stesso primo ministro Shinzo Abe. Su quel terreno deve sorgere una scuola elementare che, secondo i piani originari, avrebbe dovuto essere intitolata allo stesso Abe, e di cui la moglie Akie Abe era stata designata come preside onoraria. Di qui il trattamento di favore e il conseguente scandalo, nel quale Abe nega ogni coinvolgimento. Certo, è credibile che lui non abbia fatto pressioni dirette.

Se l’improvvisa popolarità dell’espressione è un fenomeno recentissimo, la pratica del «sontaku» è da tempo uno dei principali problemi che insidiano una corretta gestione delle aziende giapponesi. E con tutta probabilità sta alla base della crescita di irregolarità e scandali relativi alla compilazione e comunicazione dei risultati di bilancio. In pratica, per non deludere i capi e per evitare di ufficializzare il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dal top management, all’interno delle aziende non di rado si finisce per abbellire i risultati o comunque per mascherare dati deludenti.

Il caso più clamoroso riguarda Toshiba, che sembra non uscire mai da certi circoli viziosi: due anni fa era scoppiato lo scandalo dei bilanci truccati per anni proprio perché alcuni capi divisione non volevano essere accusati di esser stati loro a impedire al gruppo di realizzare gli ambiziosi target societari, mentre è da poco scoppiato il caso delle finanze fuori controllo presso la controllata Westinghouse, emerso con grave ritardo. Ora Toshiba è stata costretta a ricorrere alle procedure del Chapter 11 per Westinghouse e ha dovuto rinviare più volte la comunicazione del suo bilancio complessivo, tanto da essere a rischio di delisting da parte della Borsa di Tokyo.

Ma i casi di preoccupanti inaccuratezze o falsità nei conti aziendali sono molteplici, tanto da intaccare la fiducia degli investitori. Secondo la società di ricerca sugli aspetti fiscali della contabilità Zeimu Kenkyukai, nell’anno finanziario appena concluso ventidue società hanno dovuto ammettere carenze nei controlli interni che si sono riflesse nella comunicazione al mercato di dati fasulli. Si tratta del numero maggiore di irregolarità emerso negli ultimi cinque anni. Per la Tokyo Shoko Research, in realtà nell’annata sono stati 57 i casi di contabilità impropria: un record che fa pensare a una diffusa governance piuttosto lasca. Secondo una opinione benevola, invece, si fa notare che l’auditing è diventato più severo, dopo che la Ernst & Young ShinNihon aveva avuto una forte reprimenda dalle autorità per la sua insufficiente vigilanza sulla contabilità Toshiba.

Inoltre alcuni casi riguardano affiliate estere, come in quello che di recente che ha scosso in Borsa la Funai Electric: qualche volta l’azienda giapponese si mostra impreparata a gestire e controllare in modo efficiente le società neoacquisite oltreconfine. Anche il colosso della pubblicità Dentsu ha dovuto correggere in peggio, nel suo bilancio, i conti di una azienda di marketing acquistata l’anno scorso negli Stati Uniti. Il «sontaku»peraltro, non riguarda solo la contabilità: lo scandalo dei consumi di carburante deliberatamente sottostimati alla Mitsubishi Motors - che l’ha costretta a confluire nelle braccia di Nissan - viene generalmente attribuito all’eccesso di zelo di alcuni manager e ingegneri in combutta tra loro per far piacere ai capi supremi.

E pensare che l’espressione «sontaku» si rinviene anche in un antico classico della poesia cinese antica, il «Libro delle Canzoni»: lì sembrava indicare la capacità di cogliere le intenzioni cattive di qualcuno. Cattive, appunto... Passando dalla letteratura antica alla pratica contemporanea, sorge spontanea una domanda: non è che forme di «sontaku» siano diffuse anche fuori dal Giappone, magari condotte non tanto con una esclusiva volontà di inganno, ma pensando che poi tutto si aggiusterà e che nel frattempo sia meglio non indispettire i capi ed eventualmente procurarsi benemerenze personali future?

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