Management

Dubai regina delle start-up, ma la concorrenza locale incalza

medio oriente

Dubai regina delle start-up, ma la concorrenza locale incalza

Il panorama delle start-up mediorientali è dominato da due successi notevoli che insegnano molto al riguardo delle tendenze più importanti del settore. Nel febbraio 2016, la piattaforma di e-commerce Souq.com con sede a Dubai – che vende prodotti sanitari e di bellezza e articoli elettronici – è diventata l’azienda online di maggior valore in Medio Oriente. Una raccolta di investimenti negli Stati Uniti ha portato a 275 milioni di finanziamenti, con i quali ha raggiunto una valutazione di un miliardo di dollari, secondo quanto riferiscono i media e gli addetti ai lavori a conoscenza dell’accordo. Il catalogo di Souq.com annovera più di un milione e mezzo di prodotti e opera in sette paesi, compresi Egitto e Arabia Saudita.

Nel dicembre 2016, l’app Careem per la prenotazione di passaggi in auto ha messo insieme 350 milioni di dollari, grazie soprattutto agli investimenti della saudita Telecom Co e all’azienda giapponese di e-commerce Rakuten, nella prima fase della sua ultima raccolta di finanziamenti, e ciò l’ha portata alla valutazione di un miliardo di dollari. Careem, lanciata nel 2012, opera in 47 città di 11 paesi e si avvale di 150mila conducenti. La sua precedente raccolta di finanziamenti aveva portato nelle sue casse 72 milioni di dollari.

Questi due esempi mostrano in che modo Dubai si stia affermando come la capitale delle start-up nella regione, stimolata da una penetrazione degli smartphone pari al 78 per cento, da una popolazione differenziata, da prodotti bancari versatili e da solidi servizi di supporto finanziario degli Emirati Arabi Uniti. Secondo uno studio condotto da Magnitt, un sito web con sede a Dubai e destinato a imprenditori e investitori, gli EAU sono in testa nella regione a cavallo tra Medio Oriente e Nord Africa (MENA, Middle East North Africa) per numero di start-up che ospitano, il 42 per cento, seguiti da Egitto (12 per cento), Libano (9 per cento) e Giordania (8 per cento). Dai calcoli di questo studio è stato escluso Israele. Negli ultimi tre anni i finanziamenti per le start-up sono cresciuti ininterrottamente nella regione MENA. Secondo un altro rapporto redatto da Magnitt, l’investimento medio è cresciuto da 0,8 milioni di dollari del 2014 a 2,8 milioni di dollari del 2016 (a esclusione di Careem e Souq).

Dal 2015, i governi di Qatar, EAU e Arabia Saudita hanno lanciato incubatori di start-up, ciascuno dei quali si avvale di un gruppo di “angeli” investitori, gruppi di private equity e piattaforme di crowdfunding che cercano di raccogliere soldi dalla popolazione di 424 milioni di abitanti che vive nella regione MENA. «Ci rendiamo conto che il governo sta cercando di creare leggi favorevoli agli imprenditori», dice Faris al-Rashed al-Humaid, fondatore e presidente di Oqal, il primo network di angeli investitori dell’Arabia Saudita. Lanciato nel 2011, Oqal ha 350 membri e 28 milioni di rial (7,5 milioni di dollari) investiti in 30 aziende. «Il nostro problema più grave è la mancanza di investimenti da parte delle banche. Oggi le banche allocano soltanto il 2 per cento del loro denaro per le piccole e medie imprese. Penso che tale percentuale dovrebbe arrivare al 20 per cento circa».

Altri pensano che gli acceleratori sostenuti dal governo – come StartAD ad Abu Dhabi e Dubai Future Accelerators – renderanno più comune il fatto di creare o investire in una start-up. «Qui il governo sta promuovendo assai rapidamente la crescita di start-up e PMI», dice Zoe Blakemore, cofondatrice di Support Legal, un sito web con sede negli EAU che dovrebbe essere lanciato questo settimana e che offrirà servizi legali a imprenditori e società emergenti nella regione. L’altro cofondatore, Patrick Rogers, è d’accordo: «Una volta che saranno disponibili strutture per shares options o equity, gli investitori avranno più facilità a destreggiarsi nel sistema».

Uno studio pubblicato da Dubai SME, una filiale del Dipartimento per lo Sviluppo Economico di Dubai, mostra che il valore raggiunto dagli investimenti iniziali in equity a Dubai nel 2014 era di 30 milioni di dollari, suddivisi tra 35 angeli investitori, tre incubatori o acceleratori e 13 società di venture capital. Dai dati raccolti risulta che gli investitori che vivono in aree tax-free del Golfo hanno più probabilità di impegnarsi maggiormente nei confronti delle start-up rispetto agli investitori negli Stati Uniti, anche se le aziende hanno valutazioni simili. Un angelo investitore a Dubai spende in media 65mila dollari per ogni contratto pari a una quota azionaria del 20 per cento, rispetto alla media di 30mila dollari investiti negli Usa per una quota del 10 per cento.

Secondo parecchi imprenditori e investitori, le grandi aziende affermate da tempo come i venture fund con sede a Dubai Wamda Capital e Beco Capital e Oasis500 in Giordania sono ancora gli investitori più ricercati. Nel 2015, Wamda Capital, che ha uffici anche ad Amman e Beirut, ha annunciato il lancio di un nuovo fondo di investimento da 75 milioni di dollari. Wamda Mena Ventures è il più grande di questo tipo nella regione e ha attirato finanziamenti, tra gli altri dall'International Finance Corporation. Dubai è anche sede di piattaforme di crowdfunding più piccole come Eureeca e siti di angeli investitori come Venture Souq, Envestors, Women’s Angel Investment Network e Womena, indirizzati a imprenditori sia nuovi sia esperti. Tuttavia, la mancanza di un controllo governativo provoca incertezza. Al momento non c'è alcun dispositivo negli EAU per verificare le qualifiche degli investitori o degli imprenditori delle start-up al di là della loro liquidità. La medesima mancanza di controllo sussiste in paesi come Arabia Saudita, Libano e Giordania. E una nuova legge contro la bancarotta negli EAU deve essere ancora messa alla prova (leggi l'articolo relativo).

«La situazione è un po’ complicata» concorda Philip Bahoshy, fondatore di Magnitt. «La mancanza di regolamentazione al riguardo di insolvenza e proprietà diretta estera delle aziende non mette la gente a proprio agio. Sussistono peraltro alcuni rischi geopolitici in talune aree di questa regione. E ingrandirsi ed espandersi in altri paesi è costoso e può richiedere fino a 12 mesi». Ammar Mardawi, il cofondatore e amministratore delegato di Yaqut, che distribuisce gratis (“freemium”) ebook in arabo fuorché ai più benestanti, ammette: «Siamo ottimisti, ma credo che la regione MENA sia una delle più frammentate per ciò che concerne leggi, regolamentazioni, valute e prodotti diversi. Questo può portare a parecchie complicazioni». Yaqut ha oltre 160mila utenti attivi al mese ed è l’app più popolare in lingua araba di ebook su Google Play, stando alla sua quotazione.

Anche i movimenti da un paese all’altro sono particolarmente problematici: «Ciò che funziona bene nel Golfo può non andare bene in Egitto», continua Mardawi. «Nelle città come Dubai i pagamenti elettronici sono all’ordine del giorno, mentre in Egitto l’unico metodo di pagamento previsto è quello in contanti alla consegna». Queste ulteriori difficoltà possono dissuadere gli investitori, portando a più domanda di capitale che offerta, dice.

Una delle richieste più frequenti da parte di coloro che cercano di assicurare il loro investimento è chiedere agli imprenditori di registrare le loro attività in località offshore note come le Isole Vergini Britanniche o le Isole Cayman. «Scopri di dover fare un bel po’ di lavoro per far sì che gli investitori ti aiutino», dice Saed Shela, amministratore delegato di SocialDice, una piattaforma di assunzioni con sede a Dubai che ha debuttato a Ramallah, in Cisgiordania. «Non è facile mettere insieme investimenti in Medio Oriente», dichiara Shela. «Le aziende affermate preferiscono ancora investire in un’azienda tradizionale legata all'economia reale», il che implica di conseguenza che le start-up tendono a superare il numero degli investitori.

Gli operatori di piattaforme online di investimento vogliono educare quei clienti che avevano la tendenza a limitarsi quando investivano in una proprietà, considerata un settore meno instabile. «Avevamo la sensazione che le esigenze degli investitori non fossero prese in considerazione», dice Sonia Weymuller, partner fondatrice di VentureSouq, un sito web di finanziamento early-stage equity che opera per lo più nella regione MENA, in Africa e in India. VentureSouq ha 650 iscritti, per lo più professionisti dai 30 ai 50 anni, e di recente ha organizzato il suo sedicesimo incontro per investitori, per presentare nuove start-up a chi desidera investire. «Per gli imprenditori ci sono molti canali di supporto - dice Weymuller -, ma non altrettanti per gli investitori. Noi pensiamo che la situazione cambierà, ma ci vorrà tempo».

Copyright The Financial Times Ltd. 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

© Riproduzione riservata