Management

Ecco perché le start-up indiane dell’hi-tech faticano a…

lo scontro tra vecchio e nuovo

Ecco perché le start-up indiane dell’hi-tech faticano a decollare

Nei bar del Khan Market alla moda di Delhi, i giovani si ritrovano in quello che reputano essere l’equivalente più simile a uno Starbuck di Palo Alto e fanno supposizioni su quale azienda indiana del settore hi-tech sarà la prossima a ottenere una valutazione da un miliardo di dollari. In verità, però, la prospettiva di vedere un “unicorno” di tal fatta in India è sempre più remota: lo afferma Rohit Prasad, autore di «Start-Up Sutra», un libro sul panorama tecnologico in India. I giovani cinesi nel frattempo stanno recuperando sempre più terreno rispetto alle loro controparti statunitensi o, in alcuni casi, le superano in una molteplicità di settori che vanno dal fintech al medtech, dai big data alle applicazioni di intelligenza artificiale come il riconoscimento vocale.

Le start-up indiane degli ultimi tempi, invece, non hanno riscosso il medesimo successo. Da un certo punto di vista, questa situazione è molto contro-intuitiva. Le università dell’élite indiana sono tanto competitive quanto le più famose degli Stati Uniti, e l’intellighenzia locale parla l’inglese bene e in modo disinvolto. Tra Usa e India c’è un costante andirivieni di capitale umano, dato che gli ingegneri indiani lavorano sulla costa occidentale americana e portano a casa molte nuove idee. Le emittenti televisive indiane sponsorizzano sfide tra start-up e ormai da anni il governo ha varato iniziative a loro favore.

Anche l’attuale settore hi-tech indiano non è da sottovalutare: i suoi grandi servizi di Information Technology e le aziende che delocalizzano contribuiscono in maniera considerevole al Pil locale. La maggior parte dei clienti arriva al Khan Market a bordo di auto Uber o Ola, consulta i telefoni cellulari, ordina articoli su Amazon o sulla versione locale Flipkart, paga con una PayPal statunitense o la PayTM locale. In India non esiste un equivalente per il motore di ricerca Google, ma lo stesso vale per buona parte del resto del pianeta. Soltanto in Cina, dove Google è messa al bando, Baidu ha sviluppato un equivalente locale e molti cinesi dicono che se potessero scegliere Google non esiterebbero neppure un nanosecondo ad abbandonare Baidu.

Malgrado ciò, il settore dei servizi di IT è sempre più obsoleto e al momento ci sono pochissime start-up del tutto indiane, per non parlare di qualcosa che abbia un livello davvero mondiale. La maggior parte delle aziende indiane che sfidano le quattro temibili aziende straniere – Google, Amazon, Facebook e Uber – o sfruttano i vuoti presenti tra di esse, sono poco più di gruppi locali sostenuti in maniera preponderante da capitale straniero. «Se il 90 per cento dei finanziamenti è straniero, possiamo definire veramente indiane queste aziende?» si chiede il responsabile per l’India di uno dei gruppi di investimento più importanti con sede a New York, specializzato in investimenti nel settore hi-tech.

L’amministratore delegato di una divisione indiana di un’azienda globale di intrattenimento che investe in start-up non è di questo stesso avviso. «Queste aziende in verità sono gestite per conto di società straniere. Se non ci fosse il capitale straniero, non avrebbero alcuna rilevanza né esperienza. Hanno una sorta di falsa identità. Da un certo punto di vista, le si può considerare la colonizzazione dello spazio dell’hi-tech in India». Oltre a ciò, buona parte dei capitali stranieri che ormai affluiscono in India proviene per lo più dalla Cina, invece che dagli Stati Uniti. E ciò ha senso, in fin dei conti, visto che la Cina ha maggiore esperienza nell’ambito della creazione di aziende del settore hi-tech per mercati emergenti con bassi livelli di reddito medio.

Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba possiede una percentuale azionaria considerevole di PayTM e questo mese insieme a SAIF Partners, un gruppo di investimento cinese, ha acquisito quote di minoranza nell’operazione di ecommerce che muove i primi passi del gruppo indiano. I gruppi indiani hanno incontrato difficoltà nell’accedere a venture capital locale, e cercare all’estero fonti di finanziamento è diventata una tentazione. «Le reti di angeli investitori in India sono del tutto inadeguate», dice lo scrittore Prasad. «Negli Stati Uniti finanziano almeno 50mila contratti l’anno. Qui si arriva a 50-100 l’anno», a prescindere da quanti soldi ci sono nel paese. Finché la situazione rimarrà questa, la strategia preferita per la maggior parte degli imprenditori indiani che vorrebbero superare la concorrenza sarà quella di rivolgersi a sostenitori di oltreoceano.

Certo, alcuni investitori pensano che le start-up indiane stiano iniziando a farcela da sole. I finanziatori (oltreoceano) di Quikr, in linea generale considerata la Craiglist indiana, credono che abbia sviluppato una tecnologia eccellente e sullo stesso piano di quella internazionale. Tutto ciò porta a chiedersi di che cosa abbia bisogno un paese per attivare un vivaio locale sano e dinamico di start-up. Jio, la piattaforma mobile realizzata dall’amministratore delegato di Reliance, Mukesh Ambani, potrebbe rivelarsi un catalizzatore. Jio assomiglia all’app WeChat di Tencent Holdings. In Cina quella piattaforma ha ispirato numerosi giovani imprenditori a disegnare app e in alcuni casi a venderle a Tencent. Alcuni investitori credono che Jio potrebbe avere un ruolo simile nel suo mercato locale. Ma al momento questo resta semplicemente un pio desiderio.

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

© Riproduzione riservata