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Imprenditoria sogno degli italiani, ma due su tre temono di fallire

Entrepreneurship Outlook 2017

Imprenditoria sogno degli italiani, ma due su tre temono di fallire

La maggioranza dei dipendenti sogna di lavorare in proprio, ma il 64% ritiene il rischio di fallimento troppo elevato; soltanto un terzo degli addetti italiani pensa inoltre che lo Stato sostenga attivamente le nuove startup e che il Paese sia adatto per avviare una nuova iniziativa imprenditoriale. Nella sintesi dei risultati emersi dall’Entrepreneurship Outlook 2017 del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro del secondo operatore mondiale nel campo dei servizi per le risorse umane, emerge per l’Italia un clima di generale sfiducia attorno alle opportunità del lavoro autonomo. Abbandonare il posto fisso per dedicarsi a un’attività da libero professionista o alla costituzione di una startup, insomma, è qualcosa che solletica ancora poco i lavoratori della Penisola.

Lo studio, condotto in 33 nazioni su un campione di 400 dipendenti per ogni nazione di età compresa fra 18 e 67 anni, ci rivela una faccia del sistema Paese che forse non si conosceva abbastanza. Il desiderio di mettersi in proprio e diventare imprenditori c’è, questo l’assunto, ma la paura di fallire, la mancanza delle garanzie del lavoro dipendente e la percezione di una macchina pubblica che ostacola il fare impresa sono elementi che scoraggiano i due terzi di chi vorrebbe “abbandonare” la propria azienda.

Il commento allo studio offerto da Marco Ceresa, Amministratore Delegato di Randstad Italia, riassume bene le difficoltà di affrontare un cambiamento legato all’attività professionale. «Gli italiani hanno da sempre una vocazione imprenditoriale, ma la percezione comune è che il rischio di impresa oggi sia un’avventura solitaria in un quadro ambientale avverso», dice infatti il manager. È necessario invertire rapidamente la percezione di incertezza e mancanza di sostegno, prosegue Ceresa, «perché solo la nascita di startup e di nuove imprese può portare quel dinamismo all’economia e al mercato del lavoro necessario per sostenere la ripresa. Servono per questo incentivi fiscali per l’apertura di startup, semplificazione burocratica e più in generale una cultura amica dell’impresa».

La percentuale di dipendenti italiani che ritiene troppo rischioso avviare una propria attività è infatti decisamente superiore alla media globale del campione osservato dal Workmonitor (che si ferma al 57%) e ci colloca al terzo posto in Europa tra i Paesi più timorosi, dopo Grecia e Spagna. In generale, un italiano su due (il 49% per la precisione) aspira a diventare imprenditore perché «questo gli darebbe migliori opportunità» rispetto a quelle del posto di lavoro attuale, ma sono una minoranza quelli che stanno seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di lasciare il proprio lavoro. Soltanto il 31% del totale. A credere in questa ipotesi sono più gli uomini delle donne (il 33% contro il 28%) e i giovani sotto i 45 anni (il 38% contro il 21% degli over 45). Sintomatico come ben il 52% dei lavoratori italiani (a livello globale siamo al 47%) avvierebbe una propria impresa solo se perdesse il posto di lavoro, e si tratta di un’opinione trasversale per genere e fascia anagrafica.

Se l'ecosistema italiano delle startup è ancora oggi notevolmente più limitato rispetto a quello di altri Paesi europei (Regno Unito in primis, ma anche Germania e Francia) è anche perché la convinzione che l’Italia sia un luogo adatto per avviare una nuova impresa è diffusa solo fra il 34% dei lavoratori. A livello mondiale questo parametro è pari, in media, al 56%. La generale sfiducia nelle possibilità di successo trova conferma anche nelle preferenze sulle dimensioni delle imprese in cui gli italiani vorrebbero lavorare (anche da dipendenti): circa sei su dieci si vedrebbero in un’azienda multinazionale oppure in una piccola o media azienda a gestione privata. Solo il 48% (due punti in meno della media globale) vorrebbe infine lavorare per una startup.

Lo studio, in definitiva, evidenzia una propensione al cambiamento non particolarmente accentuata e confermata anche da altre indagini sui generis. Dal rapporto trimestrale di Workmonitor, oltre tutto, si scopre che l’indice di mobilità dei lavoratori italiani è peggiorato di due punti (101, rispetto ai 110 della media globale) e che il 79% ha la stessa mansione e lo stesso datore di lavoro negli ultimi sei mesi, mentre solo il 2% ha cambiato sia l’impresa sia la posizione ricoperta. Soltanto il 4% degli italiani, questo l’ultimo dato su cui riflettere, sta attivamente cercando un altro lavoro, per quanto circa il 60% delle persone censite considererebbe l’opportunità di intraprendere una nuova attività professionale. Se la voglia di osare è generalmente latitante, può essere consolante sapere che solo il 7% dei lavoratori italiani teme di perdere il posto, due punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente.

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