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Il Giappone vara la «black list» delle aziende con comportamenti…

appunti da tokyo

Il Giappone vara la «black list» delle aziende con comportamenti illegali

TOKYO - Uno dei doveri dei manager è piuttosto ovvio in teoria: non esigere dai sottoposti ciò che le leggi vietano. In pratica, non è sempre così, anzi. In Giappone il governo, per quanto conservatore, si è fatto paladino più che mai del rispetto delle leggi in azienda, o almeno mostra di volersi distinguere nello scoraggiare i responsabili - e di riflesso il «middle management» delle imprese da comportamenti illegali nei confronti dei dipendenti, in modo che non possano non tener conto delle conseguenze alle quali potrebbero andare incontro.

Il problema più diffuso è quello dell’induzione – che equivale a costrizione – a effettuare un numero enorme di ore di lavoro straordinario, il che a volte porta al “karoshi” (la morte da superlavoro). Se la minaccia di sanzioni ordinarie non basta, ecco allora che il Ministero ricorre al Web con una nuova politica di «Name & Shame»: d'ora in poi sul sito Internet del Ministero della Sanità, Lavoro e Welfare di Tokyo saranno pubblicati i nomi delle aziende che sfruttano i lavoratori in modo illegale e non prendono misure correttive anche se sollecitate ufficialmente dalle autorità.

Da questo mese sul sito sono comparse nella lista nera 334 aziende, messe nel mirino per costrizione a superlavoro o denunciate alla magistratura per altre violazioni delle normative. In passato, erano gli uffici pubblici territoriali a pubblicizzare (si fa per dire, visto che nessuno o quasi se ne accorgeva) le loro liste nere. Ora è la prima volta che le aziende reprobe finiscono su un sito Web del governo centrale.

L’effetto deterrente appare con tutta evidenza: grandi aziende come l’agenzia pubblicitaria Dentsu o il gruppo di elettronica Panasonic sono finite – per eccessivo e illegale “overtime” imposto ai dipendenti – in compagnia di vere e proprie cosiddette «aziende nere» («black companies»), quelle che non pagano i lavoratori o non ne garantiscono la sicurezza fisica (ad esempio, società edilizie che fanno lavorare i muratori su impalcature senza protezioni).

La lista delle aziende sotto tiro sarà aggiornata ogni mese: i nomi resteranno sul sito per circa un anno. Il top management, insomma, viene indotto da iniziative come questa a non chiudere un occhio (o tutti e due) sui comportamenti dei manager di medio livello che tartassano i sottoposti, se non altro per evitare un danno di immagine alla società. Nei casi più' gravi, anche i Ceo perdono il posto, ma accade raramente e solo quando un “karoshi” entra nel circuito dei media con vasta risonanza, come è successo di recente alla Dentsu.

Per abusi di entità minore, la tattica del «Name & Shame» può comunque funzionare. Persino l’ente a controllo pubblico Japan Post è finito nella lista nera, perché un suo ufficio non ha riportato un caso di infortunio sul lavoro. Alcuni esperti ed avvocati di diritti civili, peraltro, affermano che le misure di disincentivazione di comportamenti illegali nel mondo del lavoro restano insufficienti.

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