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L’innovazione del sistema Paese richiede strategie precise

TECHNOLOGY FORUM AMBROSETTI

L’innovazione del sistema Paese richiede strategie precise

Arrivato alla sesta edizione, il Technology Forum di The European House – Ambrosetti che ha fatto tappa a Milanoha radunato una vasta platea di responsabili d’impresa e figure di management in chiave tecnologica, in una vera e propria «full immersion» sul tema dell’innovazione. Come si affronta la cosiddetta «Next Revolution»? Quali saranno gli impatti di Industria 4.0 e dell'open innovation? Quale futuro segnerà lavoro e professioni? In quali direzioni devono andare le scelte strategiche ed organizzative di policy maker e business leader?

Dalla giornata di interventi e di dibattito sono emerse alcune delle possibili risposte, che si specchiano nelle indicazioni contenute nel Rapporto «L’ecosistema per l’innovazione: quali strade per la crescita delle imprese e del Paese» e raccolte all’interno della Community InnoTech di Ambrosetti Club. Gli indici relativi alla performance dei singoli Paesi, questo il punto di partenza della lunga ed articolata analisi compiuta da Valerio De Molli, Ceo di The European House Ambrosetti, attribuiscono all’Italia una forza innovativa inferiore rispetto agli altri ecosistemi.

POSIZIONAMENTO DELLE REGIONI ITALIANE NELL’AMBROSETTI REGIONAL INNOSYSTEM INDEX
Dati 2017 e posizione nel ranking europeo

Più precisamente solo un quarto della business community internazionale ritiene l’ecosistema dell’innovazione nostrano competitivo. Eppure, come ha giustamente ricordato il manager di Ambrosetti, la Penisola può contare su alcuni punti di forza non trascurabili, come il fatto di essere il primo Paese al mondo per produttività della ricerca in termini di pubblicazioni per ricercatore. Ma non solo. L’Italia è anche il quarto Paese in Europa per valore della produzione in settori ad alta tecnologia e quarto a livello globale per valore aggiunto nell’industria manifatturiera. Ed è, nel 2017, il secondo nel Vecchio Continente per misure fiscali favorevoli all’innovazione, con venti posizioni guadagnate rispetto al 2016.

ICT
Fonte: elaborazione The European House - Ambrosetti su dati Assinform, 2017

Che tutte queste “doti” non bastino a garantire al nostro Paese continuità di crescita e competitività su scala mondiale è abbastanza evidente. L’inversione di tendenza, come ha spiegato De Molli, è nella capacità di liberare un potenziale di innovazione che farebbe da volano tangibile per la crescita delle imprese, concentrando l’azione su alcuni ambiti in particolare. Serve dunque affrontare, e possibilmente risolvere con urgenza, alcune priorità: l’inadeguata massa critica, le forti difformità regionali, il livello sempre critico del trasferimento tecnologico, il gap di competenze specializzato, il divario digitale nelle imprese, la limitata propensione all’open innovation (oggi solo il 4,8% delle piccole e medie imprese italiane svolge attività in questa direzione, contro una media europea del 10,3%) e la mancanza di una adeguata governance della ricerca.

Occorre puntare, queste le raccomandazioni formulate da Ambrosetti, su una visione e una strategia integrata del «progetto di innovazione» del Paese, con obiettivi puntuali di lungo termine, un modello operativo che superi la frammentarietà degli attori, dei ruoli e degli strumenti e un unico “pivot” governativo responsabile dell’attuazione di questa strategia e dei suoi risultati. Le attuali mancanze si riflettono invece nel divario fra Nord e Sud e nelle posizioni di retroguardia occupate dalle Regioni del Mezzogiorno a livello europeo. La Lombardia si conferma l’eccellenza italiana ma è solo 17esima (l’unica della top 20) nel ranking europeo dell’Ambrosetti Regional Innosystem Index; la Calabria si piazza invece all’89esimo posto.

C’è un problema di investimenti, sia pubblici sia privati, in innovazione (l’Italia spende in ricerca quanto la sola Regione tedesca del Baden-Württemberg) e c’è, come peraltro ben noto, un problema di competenze, testimoniato dal fatto che la forza lavoro della Penisola è tra le meno scolarizzate d’Europa e che i laureati in materie tecnico-scientifiche sono solo il 7,6% del totale (rispetto al 14,4% della Germania e al 16,9% del Regno Unito). A mancare sul mercato sono le professionalità richieste dalle imprese, nel solco di uno skill gap che riguarda l’intera Europa, dove nel periodo 2015-2020 i posti vacanti in ambito Information and communications technology raddoppieranno.

Se guardiamo allo spaccato italiano, gli specialisti informatici rappresentano solo il 2,7% dell’occupazione, contro il 3,7% della media Ue-28; inoltre sono la categoria con la più elevata incidenza di addetti con più di 35 anni d'età (il 75,5% del totale rispetto a una media europea del 63,8% nel 2016) e senza una laurea di tipo universitario (il 67,2% rispetto al 38% della media Ue). Il futuro mercato del lavoro, questa la proiezione a cui riferirsi, richiederà sempre più persone con competenze ad elevata qualifica, dotate di flessibilità e capacità di adattamento a mansioni non routinarie.

Si parte però da un presente in cui, secondo Ambrosetti, la formazione universitaria non sempre è al passo coi tempi e il Paese non riesce a soddisfare la domanda di nuove professionalità in ambito digitale. Un esempio? Al momento sono circa 33mila (i dati sono di Assinform) i posti vacanti in Italia in ambito tecnologico e diventeranno 135mila nel 2020. Occorre una svolta e la «best practice» da prendere ad esempio arriva da Pirelli: il colosso milanese, come ha ricordato in proposito De Molli, vanta oggi 14 professioni operative all’interno della sua organizzazione che solo tre anni fa non aveva. L’innovazione si fa anche così.

OPEN INNOVATION
Il networking strutturato è un approccio flessibile e scalabile adatto ad una azienda di medie dimensioni che vuole avvicinarsi all’Open Innovation (Fonte: MBS)

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