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Il settore fintech attira gli MBA che disertano banche e consulenza

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Il settore fintech attira gli MBA che disertano banche e consulenza

Prima di lavorare alla Wharton School, Neha Goel ha seguito la tipica carriera prima di un MBA, lavorando come consulente da Deloitte, la società di servizi professionali. Dopo il diploma, tuttavia, entrerà a far parte del ben più rischioso mondo del fintech, con una posizione nel team di partnership su cellulari di Braintree, una start-up che offre servizi tramite app come Airbnb, Uber e Facebook per accettare i pagamenti dei clienti. Goel ha scoperto il fintech tramite il suo lavoro di consulente alle imprese online da Deloitte, appassionandosi a quelle che lei definisce «la libertà e la frammentarietà» delle start-up. «Fare la consulente è stato fantastico, ma ho dovuto prendere le distanze dalle raccomandazioni e non andare a visitarle di persona», dice. Goel è stata attratta dal settore delle fintech «perché offriva innovazione in rapida evoluzione e risultati veloci e strabilianti».

Molti fondatori di fintech hanno frequentato una scuola di business. Tra gli ex alunni dell’MBA dell’Insead figurano Giles Andrews, il britannico che ha fondato la piattaforma Zopa per prestiti peer-to-peer, e Taavet Hinrikus, il presidente e amministratore delegato estone del mercato di scambi stranieri online TransferWise. Nell’ambito del loro corso MBA presso la Saïd Business School di Oxford, Jeff Lynn e Carlos Silva hanno sviluppato insieme il business plan per l'azienda Seedrs di equity crowfunding. Adesso, mentre i fondatori delle fintech espandono le loro attività, tornano nelle scuole di business per cercare dipendenti ben qualificati. Circa un quinto delle assunzioni tra gli ex alunni di una classe internazionale che ha frequentato l’MBA alla IE Business School di Madrid l’anno scorso sono avvenute per opera di società che offrono servizi finanziari. Le fintech hanno rappresentato il 5 per cento, mentre l’anno scorso non era stato assunto nessuno.

Uno studio di Goldman Sachs del 2015 stimava che entrate per circa 4.700 miliardi di dollari derivanti da servizi finanziari potessero essere a rischio di trasferimento dai gruppi fintech. I diplomati degli MBA sono attratti da queste giovani imprese in rapida evoluzione, dove le loro decisioni hanno il giusto peso e li contraddistinguono come membri importanti per il team: così dice Irina Zilbergleyt, direttore per l’IE del settore talenti e carriere. Questo trend mette le banche di investimento e le società di consulenza in competizione tra loro. Zilbergleyt afferma che «una delle maggiori preoccupazioni delle grandi banche per ciò che concerne l’acquisizione dei migliori talenti è perderli a vantaggio delle fintech e di altre aziende tecnologiche».

Nick Hungerford, diplomato con un MBA e fondatore di Nutmeg, il servizio online di gestione patrimoniale, nel 2011 è tornato nel Regno Unito direttamente dal campus nella Silicon Valley dove aveva frequentato la Stanford Graduate School of Business e ha fondato la sua azienda. Otto dei 78 dipendenti di Nutmeg sono diplomati MBA, tra i quali due product manager, il responsabile marketing, l’architetto capo e l’ingegnere capo. «Quel che un MBA ha di bello è che ti insegna a essere analitico», dice Hungerford. Egli cita poi l’esempio di Aidan McGinley, architetto capo e responsabile del team ingegneristico di Nutmeg, assunto dopo aver portato a termine il suo MBA presso l’Imperial College Business School. Secondo Hungerford, McGinley ha automatizzato quello che era solito essere un processo interamente manuale per collaudare le applicazioni software, col risultato di far risparmiare alla società il 25 per cento delle spese per i server.

Altro sostenitore dei corsi MBA è Niels Turfboer, che occupava posti di spicco presso ABN Amro e ING prima di completare un MBA articolato in un anno di frequenza all’IE e un anno alla New York University’s Stern School of Business. Si è poi interessato alle start-up in campo tecnologico, quelle che cercavano di turbare quegli stessi mercati nei quali operavano i suoi precedenti datori di lavoro, e oggi è managing director per il Regno Unito e il Benelux di Spotcap, un prestatore online alle piccole imprese con sede negli Stati Uniti. «É tutta questione di semplice economia: questo è un mercato in crescita», dice Turfboer.

È peraltro improbabile che chi ha un diploma MBA entri in una società fintech aspettandosi un’alta retribuzione. Molti, in particolare quelli che hanno lavorato nel settore delle private equity, capiscono che le start-up operano in maniera diversa, dice Hungerford di Nutmeg. «Nel Regno Unito, la gente ha molta meno familiarità col fatto di ricevere una retribuzione basata sulle equity piuttosto che denaro contante e un bonus, ma non è così per chi ha un MBA e capisce che le equity possono essere una forma di retribuzione di maggior valore», dice. Tra gli altri fattori che attirano i diplomati di un corso MBA c’è anche l’occasione di vedere con i propri occhi come fondare e gestire una società fintech.

Slava Kremerman, un diplomato dell’INSEAD ed ex consulente strategico per Aon, ha lavorato per Hungerford da Nutmeg per circa tre anni prima di passare attraverso svariati ruoli di più alto livello e ricevere un sostegno da un valido insegnante e infine andarsene per fondare un servizio online di offerte e domande di posti di lavoro per insegnanti supplenti denominato Zen Education. «Era una di quelle persone che lavorano anche 15 ore al giorno», dice di lui Hungerford. «E il nostro patto era che se fosse venuto a lavorare per Nutmeg in cambio gli avrei insegnato a fondare un’azienda».

Parte di questo medesimo zelo altruistico ispira Goel e infonde entusiasmo al suo lavoro. «La qualità inferiore alla media e alle aspettative dei servizi finanziari è un problema enorme», dice. «Una fintech, in sostanza, implica di migliorare il sistema nel suo insieme, favorendo e promuovendo l’inclusione finanziaria. E poi sì, oltre a ciò, nel contempo si può migliorare ogni altra cosa».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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