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L’hi tech europeo necessita di fondi per crescere, più che per…

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L’hi tech europeo necessita di fondi per crescere, più che per nascere

Un tempo l’Europa sfornava i migliori imprenditori al mondo. Thomas Newcomen, James Watt, Emil Jellinek aned Adolf Dassler sono soltanto alcuni nomi tra i tanti che hanno reso famosa l’Europa per il loro talento in grado di cambiare il mondo. Oggi, però, sono gli Usa a fare strada in questo settore. Non è un caso se i migliori imprenditori – quali Mark Zuckerberg, Larry Page, Brian Chesky e Elon Musk – vivono e lavorano nella Silicon Valley, tuttora la capitale mondiale dell’innovazione secondo il rapporto 2017 Global Start-up Ecosystem di Start-up Genome.

Malgrado la sua manodopera altamente qualificata, l’Europa fa davvero molta fatica a dar vita a grandi aziende in grado di essere competitive a livello globale. Secondo Bruegel, un think tank economico, dal 1950 a oggi sono nate soltanto 12 grandi aziende europee, contro 51 negli Stati Uniti. Tra quelle europee, soltanto 3 sono state fondate dopo il 1975, rispetto alle 25 negli Usa e alle 21 nei mercati emergenti. Dal 2008 al 2015 il numero delle aziende europee che compare nell’indice FT Global 500 è precipitato del 22 per cento, passando da 161 a 125, mentre quelle statunitensi nello stesso periodo sono aumentate del 24 per cento, passando da 168 a 208.

Le cause della mancata nascita in Europa di grandi aziende sono tre: gli investitori prestano un’attenzione prioritaria e sproporzionata alle start-up; le aziende hanno accesso inadeguato a capitali in grado di farle crescere poco alla volta; è in atto una fuga di cervelli in direzione degli Stati Uniti. Lisa Witter, cofondatrice e direttrice esecutiva di Apolitica, un network globale di persone dedite all’innovazione e che lavorano nel governo, ha trascorso la sua intera carriera a fondare aziende su entrambe le sponde dell’Atlantico, e crede che il potenziale imprenditoriale europeo sia spesso misconosciuto perché un ecosistema che dà vita alle aziende è molto diverso da quello che le fa crescere.

«Se qualcuno ha una buona idea, sicuramente non mancano i capitali dei business angels per farle nascere, mentre è molto più difficile trovare capitali per farle espandere», ha detto. È di questo parere anche il venture capitalist europeo Kees Koolen, partner fondatore di EQT Ventures ed ex amministratore delegato di Booking.com. Lo scorso maggio, Koolen e i suoi soci Hjalmar Winbladh e Lars Jörnow hanno annunciato che EQT aveva messo insieme capitali per 566 milioni di euro (618 milioni di dollari) e dicono di aver dato vita a questo fondo perché spazientiti di vedere fondatori europei trasferirsi negli Stati Uniti. Secondo Koolen, una volta che i fondatori europei si trasferiscono negli Usa, spesso finiscono col rimanervi. Non soltanto dunque i dollari americani messi insieme dai fondatori europei restano negli Usa, ma in più l’Europa perde anche i suoi cervelli di talento.

Il modo migliore per trattenere i talenti, prosegue Koolen, è fornire capitali sufficienti a garantire un’espansione graduale: «Soltanto così c’è la garanzia che imprenditori di successo potranno fare da mentori alla generazione successiva di fondatori europei, e teoricamente ciò potrà avere un impatto significativo sull’intero ecosistema nell’arco di 15-20 anni». Nel 2015 più della metà di tutte le acquisizioni graduali si sono spostate fuori dall’Ue: secondo lo Start-up Europe Partnership’s SEP Monitor Report, il 43 per cento è avvenuto negli Usa.

Il capitale di rischio europeo pare dirigersi verso la direzione giusta. Nel 2016, i fondi europei di VC hanno messo insieme 8,8 miliardi di euro, cifra record per il continente. Secondo Dealroom, un database di venture capital europeo, rispetto al 2015 si è registrato un aumento del 12 per cento nei finanziamenti e il numero dei contratti è cresciuto del 32 per cento. Sebbene nel 2016 si sia verificata una leggera flessione complessiva nella crescita dei mega-fondi – quelli che investono 250 milioni di dollari e più – il numero degli eventi di raccolta di finanziamenti è cresciuto del 7,3 per cento.

«Si tratta di fondi che possono compilare assegni da 20 milioni di euro e oltre fin dalle prime fasi della raccolta di capitali e sostenere le aziende fino a un’uscita maggiore - dice Yannick Roux, titolare di EC1 Capital, un fondo di venture capital con sede a Londra -. Questo è un segmento di mercato in cui l’Europa da sempre è distaccata dagli Usa».

Boris Veldhuijzen van Zanten, fondatore di The Next Web, un’azienda di media e di organizzazione eventi, crede che gli investitori europei abbiano bisogno di un supporto molto più grande. Crede che per l’Europa replicare il successo statunitense voglia dire dotarsi di un mercato per le offerte pubbliche di acquisto di cui il continente al momento è sprovvisto, soprattutto dopo la decisione referendaria presa dal Regno Unito di uscire dall’Unione europea. «La differenza tra Europa e Usa è che negli Stati Uniti non soltanto ci sono più finanziamenti, o che più gente è disposta a rimetterci del denaro, ma che ci sono più uscite», dice Veldhuijzen van Zanten.

Il mercato europeo delle offerte pubbliche iniziali ha chiuso il 2016 su livelli un po’ attenuati, con ricavi complessivi annui più o meno dimezzati intorno a 24,4 miliardi di euro e volumi ridotti di circa un quarto. In ogni caso, nel 2017 finora si è registrata una ripresa nel mercato: i valori complessivi delle IPO in Europa sono aumentati del 28% passando dai 3,5 miliardi di euro nel primo trimestre del 2016 a 4,5 miliardi di euro. «Se ci fossero più uscite, ci sarebbero più investitori e si aumenterebbero le possibilità per l’Europa di creare unicorni (aziende valutate oltre un miliardo di dollari) che potrebbero quindi comprare start-up più piccole - dice Veldhuijzen van Zanten -. Se vogliamo essere davvero competitivi con gli Stati Uniti ci serve questo».

In verità, è più facile a dirsi che a farsi. Mentre gli Usa sono un mercato unico composto da 320 milioni di persone, l’Europa è una creatura complessa formata da molte nazioni. Malgrado ciò, Koolen dice: «Trattenere in Europa i fondatori europei è di importanza vitale. Il talento è il motore trainante che porta alla realizzazione di grandi idee».

* L’autore è un imprenditore londinese che ha studiato all’Università di Notre Dame. Ha vinto il Katie Murphy McMahon Grant for Russian and East-Central European Studies del Nanovic Institute per aver analizzato in che modo l’Europa può riscoprire la sua eccellenza imprenditoriale.

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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