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L’importanza di saper ascoltare, perché «sentire» non…

sbagliando si impara

L’importanza di saper ascoltare, perché «sentire» non basta

Provate a ricordare quante volte nella scorsa settimana di lavoro avete ascoltato in modo attivo colleghi, capi o collaboratori: i più onesti intellettualmente rifletteranno sul fatto che spesso non ci si sofferma molto sull’ascolto - elemento vitale per alimentare ottime relazioni con le persone - sia al lavoro, sia nella vita privata. Sentire non è lo stesso che ascoltare, infatti l’ascolto attivo è caratterizzato da un atto volontario grazie al quale si decide di ascoltare attraverso l’attenzione, la sensibilità e l’intelligenza di cui siamo dotati.

Sentire non vuol dire ascoltare

Ma per quale motivo ascoltare in modo attivo risulta così importante, anche in ambito professionale? In primo luogo perché l’ascolto è la prima attività comunicativa necessaria per ottenere la fiducia dei nostri interlocutori e inoltre perché al giorno d’oggi, nelle organizzazioni, la capacità di ascoltare è ritenuta tra le più importanti competenze professionali soprattutto per chi interagisce quotidianamente con colleghi capi e collaboratori.

Sfortunatamente ogni giorno ci muoviamo in una società che per sua stessa natura rende sempre più difficile la possibilità di ascoltare (basterà osservare soprattutto nelle grandi città il numero di individui che in strada si isola dalla realtà esterna utilizzando auricolari connessi al proprio smartphone) a causa di stress, aggressività, rumore e frenesia. In ambito professionale le cause più comuni che inibiscono la capacità di ascolto riguardano spesso il poco tempo a disposizione; la mancanza di un’opinione chiara e univoca del nostro interlocutore; la forte concentrazione sugli obiettivi che cerchiamo di raggiungere o più semplicemente perché la persona che abbiamo di fronte, magari solo per il ruolo che ricopre, non ci è gradita.

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto”

Peter Drucker, economista e saggista 

Ascoltare attivamente, al lavoro e non solo, consente di metterci nei panni dell’altro; riconoscere e accettare il suo punto di vista, le sue emozioni, in totale assenza di giudizio e anche se il verbo deriva dal latino “auris” (orecchio), non potremo parlare di «ascolto attivo» se ci limitiamo semplicemente a sentire le parole del nostro interlocutore: dovremo aggiungere le informazioni che sapremo ricevere anche attraverso la vista, per cogliere tutti i segnali di congruenza o incongruenza del messaggio; se è vero come è vero che più del 50% della comunicazione espressa deriva dal linguaggio del corpo di un individuo, allora converrà ascoltare anche con gli occhi, proprio perché spesso i nostri gesti e le nostre espressioni del viso confermano o contraddicono quello che esprimiamo attraverso le parole. Non a caso uno dei più grandi economisti del ‘900, Peter Drucker, sosteneva che la cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.

In conclusione e per stimolare la nostra capacità di ascolto soprattutto al lavoro, chiunque sia il nostro interlocutore, può valere la pena di evitare distrazioni esogene soprattutto se mentre ci stiamo relazionando siamo presi dalla «sindrome dello sguardo basso»; di verificare costantemente la nostra comprensione percependo i segnali delle nostre abitudini di ascolto; e infine di fare domande finalizzate all’ascolto, incoraggiando il nostro interlocutore a esprimersi. Gli effetti benèfici di questi tre piccoli accorgimenti li potrete toccare con mano sin dal prossimo scambio comunicazionale.

* Senior Consultant di Newton Management Innovation

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