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Singapore, un Paese in evoluzione con qualche storia di successo

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Singapore, un Paese in evoluzione con qualche storia di successo

Chi visita Singapore è accolto da una città-stato immacolata, nota per i suoi grattacieli scintillanti e un sistema di istruzione famoso in tutto il mondo. L’imprenditore locale David Low, però, ha vissuto in condizioni ben più amare e difficili. La sua azienda, la Futuristic Store Fixture, ha più di 800 dipendenti, un fatturato annuo di 70 milioni di dollari di Singapore (36 milioni di dollari USA), e rifornisce commercianti al dettaglio globali tra i quali Uniqlo, H&M, e Adidas. Tutto però è iniziato in un ufficietto nella Chinatown di Singapore, oggi un quartiere turistico pittoresco ma a quei tempi un’«area famigerata popolata da gangster», ricorda Low.

Sia l’azienda sia il suo amministratore delegato hanno avuto umili natali. Low fu bocciato più volte a scuola: non aveva tempo di studiare perché appena rientrava a casa il padre lo mandava a lavorare nell’azienda di produzione di mobili della famiglia. Alla fine, a 18 anni, Low ha abbandonato definitivamente gli studi senza avere imparato neppure una parola di inglese. La famiglia Low faceva l’impossibile per tirare avanti, e farsi un’istruzione era decisamente un lusso. Low andò a lavorare per l’azienda dello zio, la Futuristic Store Fixtures che forniva servizi e complementi di arredo per i negozi. Gli zii gestivano l’ufficio, lui ne divenne il «tuttofare e si occupò di lavare i pavimenti e fare l’autista».

Low oggi è sui 55 anni, è un uomo snello e di media costituzione, indossa un elegante completo giacca a cravatta, ma non nasconde le difficoltà che ha dovuto superare. A differenza di molti uomini d’affari di Singapore, che di norma sono molto più riservati, si definisce un «tipo un po’ pazzo che si è fatto da solo», dice di aver imparato l’inglese dai giornali e con l’aiuto di un dizionario. Ha usato questo stesso metodo anche per l’arredamento dei negozi, imparando dagli architetti stranieri come si disegnano le boutique di classe.

Futuristic Store Fixtures nel 1994 ha realizzato un flagship store a Singapore per Tiffany & Co, e ha ricevuto poi una commessa per realizzare tutti i punti vendita della gioielleria fuori dagli Stati Uniti. Dopo questo successo, Low ha iniziato a concentrarsi sui brand globali, ma chiacchierando con un ingegnere ha capito che era indispensabile ripensare il suo modello aziendale. L’azienda ha quindi intrapreso un grande cambiamento passando dal rifornire un solo negozio alla volta – modello che difficilmente si sarebbe prestato a far espandere gli affari – all’arredare catene di negozi con grandi piani di espansione. Il successo che ha conseguito è valso a Low il titolo nel 2016 di Imprenditore dell’anno di Singapore rilasciato da EY e quest’anno un posto nella rosa dei candidati al premio EY Imprenditore mondiale dell’anno.

«Attiriamo i nostri clienti con piani ambiziosi per il mercato a livello globale. Ma forniamo soltanto arredi e impianti: li spediamo da Malesia e Cina (dove l’azienda ha i suoi stabilimenti) e provvedono loro a installarli con il loro personale», dice Low. Quando ha allargato l’azienda così da dar vita a progetti nella Cina continentale, la sua esperienza di vita vissuta è tornata molto utile: quell’ambiente è difficile, pieno di regolamentazioni, un vero “incubo” quando si tratta di reperire operai dalle qualifiche richieste. È stato incredibilmente difficile gestire parte del personale. «Quella è una zona di guerra: se scegli una squadra di operai originari della Cina meridionale e le affianchi un’altra di operai dello Jangsu (nella Cina orientale) ti ritrovi una vera e propria guerra in fabbrica, il caos assoluto».

Nondimeno, niente lo ha dissuaso: «Io sono un uomo d’assalto: riesco a entrare in qualsiasi ambiente, in ogni paese, e a sopravvivere». Grazie al suo solido apparato legale, alle infrastrutture efficienti e a una burocrazia ridotta all’osso, Singapore è uno dei luoghi del pianeta dove è più facile aprire un’azienda, e questo la rende una base logica dalla quale partire per accedere ai mercati regionali più grandi che non hanno i medesimi vantaggi. È però criticata di frequente per la mancanza di una cultura intraprendente e ambiziosa. Un recente studio sulle start-up di Singapore nel settore tecnologico ha evidenziato che poche sono davvero innovative e molte di quelle deboli arrancano per anni, aiutate in parte da generosi finanziamenti pubblici.

In un dibattito parlamentare dell’anno scorso, il primo ministro di Singapore Kuik Shiao-Yin ha criticato la cultura “kiasu” dello stato, utilizzando la parola cinese hokkien che significa «paura di rimetterci» che induce le start-up a dare la caccia alle sovvenzioni invece che correre dei rischi. Low concorda sul fatto che la comunità imprenditoriale di Singapore è «molto kiasu» e fa risalire questa caratteristica alla breve storia di indipendenza della città-stato e ai vincoli geografici oggettivi che si ritrova.

«Singapore è un paese molto giovane, passato dal terzo mondo al primo nel breve arco di 50 anni. Bisogna essere molto prudenti, perché un’inversione di rotta è impensabile e non esiste una rete di sicurezza. Spesso, però, si è così prudenti che si diventa kiasu e si ha un enorme timore di rimetterci». Molti abitanti di Singapore imputano tutto ciò al loro sistema scolastico – tanto ammirato in altri paesi – ritenuto troppo rigido e soffocante per il pensiero creativo. Oltre a ciò, le elevate aspettative dei genitori in vista dell’ammissione all’università esercitano ancora più pressioni fin da bambini.

Se da un lato ammette che i genitori a Singapore in genere sono colpevoli perché vogliono che i loro figli studino tanto, al punto che anche le lezioni pomeridiane a pagamento sono diventate la norma, dall’altro Low individua un profondo cambiamento in atto: «Mi rendo conto dei cambiamenti che mettono alla prova il nostro vecchio sistema scolastico, e che studiare di più è meglio». Negli ultimi anni Singapore ha fatto passi da gigante per abbracciare una formazione professionale, e qualche piccolo progresso è stato fatto anche per alleggerire la severità nelle scuole.

L’azienda di Low è stata colpita duramente dalla crisi finanziaria globale, quando le vendite «precipitarono sotto terra», ma egli ha reagito chiedendo ai suoi dipendenti di accettare un drastico taglio del salario – egli stesso si è decurtato lo stipendio del 30 per cento – e di frequentare corsi di formazione. Non ha voluto che si venissero a creare esuberi, e ha aggiunto che considera i suoi dipendenti il suo asset vincente. «Ho detto che la riduzione salariale sarebbe stata un provvedimento temporaneo per traghettare l’azienda fuori dalla crisi e ho promesso che, una volta passata la tempesta, avrei restituito loro con gli interessi la cifra che avevo sottratto» dice Low, che afferma di aver mantenuto la parola data.

L’azienda ha sposato la modernità abbracciando le nuove tecnologie, dai social media al marketing, per utilizzare quella che lui definisce una «realtà mista», nella quale le immagini digitali sono visibili accanto agli oggetti reali. Adesso la sua azienda presenta le nuove idee ai clienti con questa modalità. Low, tuttavia, dubita dell’effettiva portata del cambiamento indotto nelle vendite al dettaglio da Internet e quando gli si chiede se l’e-commerce non farà sparire i negozi veri e quindi anche la sua azienda, risponde: «Un marchio globale può scomparire? Certamente non Starbucks e nemmeno Uniqlo... No, non penso proprio».


Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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