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Tra diritto e merito: l’eterna paura di mettersi davvero alla prova

approcci cultrali

Tra diritto e merito: l’eterna paura di mettersi davvero alla prova

Alla fine dello scorso agosto il Tar del Lazio ha accolto il ricorso contro l’introduzione del numero chiuso nelle facoltà di studi umanistici dell’Università Statale di Milano. Una decisione simbolicamente molto significativa: per studiare una determinata materia all’università non è necessario che io abbia delle competenze, attitudini, passioni rilevate da un esame di ammissione. Ne è sorto un dibattito intenso, molto facile da inquadrare dal punto di vista ideologico. Da un lato il merito («se voglio studiare lettere me lo deve meritare») dall’altro lato il diritto («studiare lettere è un diritto che mi appartiene e che nessuno può togliermi»).

Nel campo ideologico del merito i concetti di selezione, performance, valutazione; nel campo ideologico del diritto invece il concetto che i risultati non debbano influenzare le opportunità. Nel campo ideologico del merito ci si misura e chi è bravo prende qualcosa che chi non è bravo non prende; nel campo ideologico del diritto, invece, tutti prendono la propria parte: «todos caballeros». È una perfetta e ormai antica battaglia ideologica. Do al vincitore la coppa e agli altri niente, o do a tutti una medaglia di partecipazione? Do il bonus a chi ha avuto la performance migliore nel team per incentivare tutti a eccellere, o divido il bonus e lo distribuisco in parti uguali a tutti nel nome dell’equità?

In Italia per motivi culturali fino a qualche tempo fa nella scuola, nell’università e nel lavoro prevaleva la cultura del diritto: ho diritto a studiare anche se studio poco e/o male, ho diritto a lavorare anche se lavoro poco e/o male. Sappiamo tutti cosa questo approccio culturale ha assicurato e ha generato, nel bene e nel male. Se nel mondo della scuola e dell’università resiste il presidio della «cultura del diritto» (la vicenda del test per le materie umanistiche o l’interpretazione del «bonus docente» previsto dalla «buona scuola» ne sono la riprova) nel mondo del lavoro assistiamo negli ultimi anni ad un poderoso spostamento verso la «cultura del merito»: il mondo della competizione globale è un mondo in cui aziende e organizzazioni non si possono permettere la minima inefficienza. Questo significa che chi lavora in un’organizzazione «costretta all’efficienza» è “costretto” a essere bravo. Le aziende e le organizzazioni diventano lentamente e inesorabilmente dei luoghi in cui le persone vengono misurate e valutate: ti do una pagella, ti dico se e quanto sei stato bravo.

Un tempo negli uffici, in banca, in un reparto d’ospedale, in fabbrica ci si accontentava di una pacca sulla spalla e di un generico «bravo, stai lavorando bene». Oggi invece le organizzazioni radiografano la prestazione del lavoratore, in un contesto in cui lavorare diventa «produrre una performance», essere sottoposti ad un processo di «selezione continua». Emergono meccanismi “darwiniani”: chi produce “vince”, guadagna di più, fa carriera più in fretta; chi non produce non viene valorizzato, e nel medio termine viene espulso.

Nel mondo del lavoro questo passaggio dalla «cultura del diritto» alla «cultura del merito» si è consumato su un tessuto umano impreparato e si è rivelato dunque molto doloroso: stress, frustrazione, conflitti, «danni esistenziali», battaglie legali e sindacali. Fortunatamente gli aspetti più cinici della «cultura del merito» sono stati contenuti sia attraverso interventi normativi che attraverso la diffusione dei principi della responsabilità sociale d’impresa e del welfare aziendale.

Tuttavia il processo di trasformazione del lavoro verso un concetto di continua performance e continuo test personale corre sempre più veloce. Ciascuno di noi è chiamato ad attrezzarsi personalmente, sia dal punto di vista intellettuale che psicologico, ad una vita professionale di continui “verdetti”. Nel nostro percorso di carriera saremo sempre più «esposti a un verdetto». Verremo valutati e scelti (o non scelti) continuamente, saremo molto più «in vetrina», «sul palcoscenico» di quanto succedesse un tempo. Per questo motivo diventa importante per il nostro percorso professionale essere attrezzati ad accettare i “verdetti” (nel mondo del lavoro li definiamo feedback) con maggiore serenità e sviluppare una mentalità per cui, se il verdetto è negativo, si innesca una strategia di analisi critica del verdetto e riformulazione di obiettivi e comportamenti.

Belle parole che sentiamo da anni ma che poi si scontrano con la realtà. Le aziende italiane sono piene di manager che di fronte a un feedback negativo sulla propria performance si trincerano dietro il solito piagnisteo infantile: «l’azienda sbaglia strategia», «sono antipatico al capo», «sono un personaggio scomodo», «non mi piego a compromessi etici», «non sono raccomandato». Non siamo abituati e allenati ad utilizzare bene i feedback, ad accettare che qualcuno non arbitrariamente ma con dati oggettivi sia in grado di dirci che in una certa cosa, in un certo ruolo non siamo stati performanti, non siamo andati bene. Non siamo educati a prendere i fatti e considerarli come una risposta alla domanda «Sono stato bravo? Quanto?», una domanda che in Italia è stata per lungo tempo socialmente repressa, pur essendo una domanda che ci appartiene, che ci interroga sempre, a dieci anni come a settanta.

Ecco perché la decisione del Tar del Lazio, buona o cattiva che sia, è una decisione che non parla la lingua del mondo del lavoro di oggi, una decisione che allontana università e lavoro, che renderà più drammatico il momento in cui gli studenti atterreranno sul duro pianeta del lavoro. Nell’accettare questo mondo spietato pieno di test, esami e porte in faccia forse dovremmo anche cambiare prospettiva. L’idea di dire: «È la guerra bellezza, attrezziamoci per non soccombere» non ci aiuta. Proviamo a prendere il bello di questa cultura del merito, della prestazione, del feedback, quanto può dare in termini di significato alle nostre vite: complimenti veri, imprese (nel senso di conquiste personali) vere, e non più pacche sulle spalle, piccoli commenti generici o valutazioni tutte soggettive. C’è uno stress psicologico e sociale enorme ovviamente, ma forse nel soppesarlo dovremmo considerare anche lo stress di non sapere mai se si è bravi, se si è utili, se si sta dando un senso al proprio talento.

E se mio figlio fosse bocciato in un test per iscriversi all’Università dei suoi sogni? Gli direi che non ha studiato abbastanza, che il test dice che oggi non è bene per lui farlo, ma che può provarci l’anno prossimo. È un feedback, non un fallimento. «È qualcosa per te, ti può essere utile». E all’università direi grazie per i test e grazie per il feedback.

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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