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Lo sport come strumento per far crescere la produttività aziendale

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Lo sport come strumento per far crescere la produttività aziendale

L’idea è semplice, per chi l’ha sperimentata su di sé. Ma rivoluzionaria se applicata in un’azienda. Lo sport, la pratica sportiva o una sfida di endurance, come una maratona o addirittura un Ironman, per migliorare la produttività sul posto del lavoro, diminuire le malattie dei propri dipendenti, l’assenteismo, fare gruppo, motivare. Matteo Torre, un passato nell’ufficio comunicazione di Ferrari e un presente da allenatore professionista di triathlon, ha aperto una sua società dedicata a questo: portare lo sport in azienda. Ha lasciato gli uffici prestigiosi di Maranello per inseguire il suo sogno imprenditoriale. In questa intervista al Sole 24 Ore Management si racconta e racconta la sua passione diventata un lavoro.

Come è arrivato in Ferrari?
Ho lavorato in Ferrari dal 2004 al 2015 nell’ambito della comunicazione. Sono arrivato in stage dopo Scienze Politiche. Sono nato a Monza e cresciuto a Monza vicino all'Autodromo. Ferrari per me era il massimo. Ci sono arrivato per caso. Da appassionato di corse automobilistiche, ai tempi c’erano i primi simulatori di gare online dove si gioca insieme con altri appassionati. Io giocavo con un manager che lavorava alla comunicazione di Maserati. Un giorno mi ha detto che cercavano gente per il sito di Ferrari. Ho inviato un cv e dopo un anno mi hanno chiamato. Dimostrazione che non va mai sprecato niente. Se segui la passione.

Che cosa faceva a Maranello?
Ho seguito il sito Ferrari, curando i contenuti della Formula Uno e in seguito quelli legati ai modelli delle auto. Dopo qualche anno sono passato all’ufficio stampa dove mi occupavo di prodotto. Ho lasciato l’azienda da coordinatore mondiale dell’Ufficio stampa per i prodotti. Sopra di me c’era solo il Direttore della comunicazione.

Quando e perché ha lasciato l'azienda?
A un certo punto ho deciso di lasciare e qui c’entra lo sport. La Ferrari è un’azienda di eccellenza, è un posto dove devi sempre dare il 100%, devi sempre rendere al massimo. Hai bisogno di trovare uno sfogo dopo un po’, qualcosa che ti riequilibri per non essere assorbito tutto dalla vita professionale. Così ho cominciato a correre. Con le scarpette sempre dietro quando giravo il mondo, pronto ovunque a fare un’ora di jogging a fine giornata… Perché negli anni a Ferrari ho fatto carriera ma sono ingrassato 14 chili. La cosa buffa è che proprio quando ho cominciato a fare sport seriamente nel 2011-2012, corsa prima e poi triathlon, sono stato promosso.

Che cosa vuol dire fare sport seriamente?
Darsi un obiettivo. E cercare di raggiungerlo. Ho cominciato con le maratone. Poi a correre troppo ci si fa male e ho cominciato a nuotare e a pedalare. A questo punto è stato naturale passare alla triplice. Qual è la sfida più difficile nel triathlon? L’Ironman. Ho deciso di provarci. Mi dava molto la carica il fatto di prepararne uno, una disciplina che dura mesi. Da allora, dal 2013, ne ho concluso uno ogni anno. I 14 chili li ho persi tutti.

Come si diventa coach professionista?
Sono curioso per natura. Ho cominciato a studiare come un pazzo, a leggere di tutto. La metodologia dell’allenamento, la fisiologia e poi ho frequentato un corso per diventare allenatore Fitri, la Federazione italiana triathlon.

Che differenza c’è tra lavorare in azienda e allenare delle persone?
Ho scoperto che la metodologia dell’allenamento che mi piaceva di più, quella legata allo studio dei dati che è un po’ la mia cifra da coach, aveva tanti punti in comune con il modo con cui a Maranello gli ingegneri Ferrari costruivano le macchine. Ho cominciato così ad appassionarmi a tutta la parte di tecnologia legata al triathlon. La sensoristica, l’analisi dei dati e delle prestazioni. A trattare un atleta quasi come un’auto da corsa.

Come è venuta l’idea di far diventare la sua passione un lavoro?
Non so come dire, a un certo punto, dopo 13 anni di Ferrari ho deciso che era tempo di fare qualcosa di mio. Mi ero costruito un po’ di atleti attorno che seguivo e mi sono messo a fare il professionista in questa avventura di allenatore. Con questa caratteristica, che è mia, da una parte il limite di non avere avuto una formazione tipica – Isef, Scienze Motorie - ma dall’altra parte portandomi dietro ciò che avevo imparato stando accanto a quelli che avevano costruito le auto tra le più belle di sempre per quella azienda, come la Enzo e la 488GTB. Il gruppo che aveva portato anni di vittorie in Formula Uno con Schumacher.

Così è nata la sua azienda, Indaflow, quindi. Che cosa significa?
Indaflow vuol dire nel gergo americano “stare nel flusso”. Restare in quella specie di stato di grazia, di estasi dell’atleta che è quel momento, ad esempio, dopo i 30 km di maratona, in cui tu superi il tuo limite e ti sembra di non fare più nessuna fatica e il tuo corpo si muove senza sforzo. Tutti quelli che hanno fatto gare di endurance hanno provato questa sensazione. Indaflow è questo. Il benessere che arriva dallo sport.

Come lavorate?
Mi affiancano in questa mia avventura una serie di professionisti. Per la parte di sport science, oltre al mio lavoro, mi aiuta il coach Leonardo Castellani. Poi Gloria Bevilacqua e Tiziana Teruzzi dello studio Attivazione che si occupa di Psicologia organizzativa. Aiuta le aziende a individuare i profili dei propri dipendenti e quindi a vedere le aree di miglioramento, quello che gli americani chiamano Empowerment, cioè il rafforzamento delle organizzazioni. Un ruolo importante lo hanno Samuele Polistina e Paolo Belluco di Gamma Studio, che arrivano dal Politecnico, ingegneri e designer rispettivamente che da una vita si occupano di acquisizione di dati biometrici in tempo reale. A seconda delle necessità dei committenti poi ci avvaliamo progetto per progetto di medici, esperti di biomeccanica, nutrizionisti, osteopati. Insomma andiamo a prendere le competenze che ci servono di volta in volta in funzione dell’obiettivo di ciascun gruppo. Questo dà anche il senso di trasversalità che caratterizza Indaflow.

Quali metodi utilizzate per i vostri programmi rivolti alle aziende?
Quello che ci è venuto in mente con Indaflow è utilizzare tutto il patrimonio della Scienza dello sport applicato alle persone all’interno delle aziende, con l’aggiunta della componente big data per cercare dai dati di estrarre trend che possano essere utili per migliorare le performance, nello sport e sul lavoro. Lo sport che migliora il lavoro, la produttività, la motivazione. Stresso molto il concetto di misurare. È la mia cifra quella di misurare. All’inizio di ogni progetto creo un percorso di miglioramento individuale. Che prevede lo sport, l’analisi psicologica e poi rimisuro gli effetti sugli individui e sull’azienda alla fine del progetto. Funziona bene di solito.

Con quali aziende avete collaborato finora?
Siamo una start up e stiamo partendo adesso. Il nostro primo cliente importante è stato NCTM, studio legale internazionale, uno dei più importanti in Italia, che studia dossier importanti come le acquisizioni di grandi società e così via. NCTM è stato il nostro caso zero, chiamiamolo così. Con l’avvocato Guido Bartalini, che è partner dello studio, abbiamo lanciato il progetto Corporate Run per Salomon Running Milano. Un’iniziativa che incoraggia tutte le imprese, e in esse, tutti gli atleti, a sostenere una vita più attiva indipendentemente dalle loro prestazioni sportive. Tra le cose curiose di questo progetto NCTM Corporate Run che si è appena concluso con la Salomon Running, è che abbiamo preparato un triatleta a portare a termine un Ironman, un avvocato, Maria Luisa Garatti, per correre 3 mezze maratone e una maratona nell’arco di una settimana per la sua associazione “Se vuoi puoi” per raccogliere fondi da destinare all’Aism di Brescia. Abbiamo inoltre gestito, in coordinamento con il suo fisioterapista, il ritorno alla corsa dell’assessore allo sport di Milano, Roberta Guarnieri, anche lei parte del progetto, dopo l’operazione al ginocchio a cui si è sottoposta in primavera. La parte più difficile è stata l’analisi dei dati macro.

Che cosa significa?
Vuol dire, seguire da vicino 100 persone che lavorano nella stessa azienda e vedere il loro percorso di allenamento, vedere quanti giorni sono stati ammalati negli ultimi mesi, che è quello che interessa alle aziende. Un processo che non è semplice e non è banale. Ci sono aspetti scientifici e di programmazione davvero complessi. Stiamo andando avanti. Ci sono già altri operatori del mondo del wellness e dello sport che ci chiedono una mano in questa attività di training personalizzata individuale ma di gruppo e hanno cominciato a contattarci per proseguire con piccoli gruppi per passare a una fase ancora più sofisticata di sperimentazione.

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