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Le start-up infondono nuova linfa nel settore manifatturiero indiano

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Le start-up infondono nuova linfa nel settore manifatturiero indiano

Le aziende di esternalizzazione di It in India sono state a lungo nel mirino dei dirigenti politici statunitensi, ma in un parcheggio aziendale a sud del più importante aeroporto di Nuova Delhi è visibile una minaccia ancora più recente al lavoro nel mondo sviluppato. Butler è stato creato da Grey Orange, un’azienda dell’ultima infornata di start-up indiane a capo delle quali ci sono imprenditori che stanno cambiando la reputazione del Paese di ritardatario cronico nel mondo dell’hardware. Invece di assumere personale incaricato di perlustrare i magazzini e raccogliere i prodotti da spedire, sempre più aziende dalla Germania al Giappone stanno utilizzando il tozzo e solido macchinario arancione che assomiglia a un grande forno elettrico montato su ruote. L’azienda non ha voluto rendere noti i propri introiti, ma ha dichiarato che la sua crescita si aggira intorno al 300 per cento circa di anno in anno.

Nel decennio scorso, le start-up nel settore dell’e-commerce, delle app e dei servizi di It si sono moltiplicate in India come non mai, dando vita a una moltitudine di giovani multimilionari che operano nel settore hi-tech. I loro colleghi che operano nell'hardware hanno attirato molte meno attenzioni, e la loro espansione è stata di gran lunga più modesta. Tra il 2014 e il 2016, le start-up indiane impegnate nell’hardware hanno messo insieme circa 210 milioni di dollari, secondo il gruppo di ricerca Tracxn, ovvero l’uno per cento appena dei finanziamenti complessivi andati alle aziende tecnologiche indiane non quotate in Borsa. Questa cifra in ogni caso rappresenta un aumento di otto volte rispetto ai tre anni precedenti in un settore manifatturiero che di per sé costituisce soltanto il 17 per cento del Prodotto interno lordo e per tradizione è diviso in conglomerati che si muovono con lentezza e industrie locali low-tech e su scala più piccola.

Decidere di lanciare Grey Orange nel 2011 ha richiesto coraggio, dice il cofondatore Samay Kohli, che ha dovuto affrontare un lungo periodo di sviluppo di prodotti hardware, come pure lo scetticismo di conoscenti che la pensavano in modo tradizionale. «All’epoca fondare una start-up era qualcosa di scellerato» ricorda. «Per la mentalità comune, se non riuscivi a trovare un lavoro allora fondavi una start-up». Per lanciare Butler sul mercato gli ci sono voluti tre anni. Anche così, lo sviluppo del primo prodotto dell’azienda ha impressionato alcuni investitori esteri come Tiger Global Management con sede a New York, che ha offerto finanziamenti che hanno reso possibile perseguire un’espansione globale. Tale espansione ha comportato di spostare il quartiere generale a Singapore, il che mette chiaramente in luce i limiti dell’India come sede di riferimento per le aziende che producono tenendo in mente il mercato globale. La maggior parte dell’assemblaggio dei robot Grey Orange avviene al di fuori dell’India, per lo più a Singapore e in Cina. «Buon parte delle nostre catene di rifornimento non passa proprio per l’India», dice Kohli.

Analoghe preoccupazioni hanno spinto Krispian Lawrence a guardare alla Cina per la produzione iniziale della soletta intelligente per calzature che oggi produce. Lechal utilizza le vibrazioni per aiutare gli utenti a orientarsi, dai non vedenti a chi ama correre in campagna. La qualità del prodotto, però, ha risentito secondo lui del fatto che i fornitori cinesi davano la priorità alle grandi commissioni, e questo lo ha spinto alla fine del 2014 a spostare la produzione nel quartiere generale di Hyderabad. Lawrence dice di aver avuto pochi problemi a mettere insieme una squadra di alto livello in India, che ogni anno sforna circa 800mila laureati in ingegneria. «Sotto certi punti di vista, l’India è un posto fantastico nel quale produrre hardware: sforna bravi ingegneri e designer come qualsiasi altro paese del mondo», dice.

Duemila chilometri più a ovest, nell’hub industriale di Pune, Shashi Suryanarayanan nutre opinioni meno ottimistiche in proposito: professore presso uno degli Istituti Indiani di Tecnologia, ha fondato Sedemac, un’azienda che produce chip che controllano l’avviamento e altre funzioni delle motociclette. Secondo lui, l’India avrà anche un ampio bacino di ingegneri, ma il limitato record del Paese in fatto di innovazione industriale implica che la nuova generazione di start-up dedite all’hardware deve far fronte alla penuria di «persone che hanno assistito all’intero ciclo di vita dello sforzo industriale mirante a sviluppare un prodotto, che è considerevole e si è orientato altrove». Sotto altri punti di vista, tuttavia, l'India offre a Sedemac una piattaforma ideale: è infatti il più grande mercato al mondo per le due ruote, con 17 milioni di motociclette e scooter venduti nell’anno fino a marzo.

Mentre Suryanarayanan punta a trarre vantaggi dalla crescita e dallo sviluppo di società nate da tempo, altre start-up sono pronte a mettersi in concorrenza con esse. A Bangalore, il cuore dell’industria dei servizi It nel sud del paese, Ather Energy sta lavorando per immettere sul mercato l’anno venturo uno scooter elettrico ricaricabile con un semplice cavo, in grado di raggiungere una velocità massima di 72 chilometri all’ora, caratterizzato da un prezzo di vendita inferiore alle 110mila rupie (1700 dollari). In questo modo Ather punta a competere con Hero MotoCorp, il produttore di motocicli che vende maggiormente nel Paese e che negli scorsi anni ha lanciato sul mercato una serie di modelli elettrici. Le grandi aziende, però, potrebbero far fatica ad adattarsi al mondo in rapida evoluzione dei veicoli elettrici: lo sostiene il cofondatore di Ather, Tarun Mehta. Per anni, dice, l’India non è riuscita a «creare una cultura ingegneristica; non abbiamo creato una cultura del prodotto; non abbiamo creato un pool di persone che sanno come prendere un prodotto e trasformarlo in un successo commerciale».

Oltre all’esperienza e all’ambizione c’è anche la questione più fondamentale, se vogliamo, dei capitali: lo fa notare SS Pillai in un impianto fuori dalla città portuale di Chennai, impregnato di un odore molto forte, simile allo yogurt andato a male. L’azienda di Pillai, la Proklean, produce un prodotto probiotico per le pulizie da utilizzare nella lavorazione dei tessili. Fondata nel 2012, Proklen è stata lanciata grazie a un investimento di venture capital di 550mila dollari nel 2015 e nel suo ultimo anno finanziario ha generato utili per circa un milione di dollari. Adesso si prevede che nel giro di tre anni il lungo elenco di clienti in costante aumento possa portare il giro d’affari a cinque milioni di dollari. Gli investitori che inseguono rendimenti in tempi rapidi hanno manifestato la tendenza a non interessarsi di chi metteva a punto prodotti materiali, dice Pillai: «Se si tratta di e-commerce, SoftBank è disposta a immettervi subito miliardi di dollari», con riferimento al gruppo giapponese che è tra gli investitori più importanti nelle start-up indiane. «Ma non si interessano proprio ad aziende come la nostra. E questa è una delle sfide con le quali siamo alle prese oggi: l’anno scorso abbiamo trascorso una parte molto significativa del nostro tempo a cercare di mettere insieme capitali, invece di fare affari».

Nel suo ufficio di Hyderabad, Lawrence sventola una confezione della sua soletta intelligente, che ha uno stile minimalista simile a quello di Apple a eccezione delle parole «Innovated in India» impresse sul davanti. Dice che qualcuno potrebbe considerare il timbro dell’India apposto su un prodotto alla stregua di uno svantaggio, tenuto conto che i consumatori «non si aspettano niente» dai prodotti tecnologici realizzati nel subcontinente. Invece di sentirsi frenate da una reputazione debole, però, le start-up come Ducere Technologies di Lawrence sperano di riuscire a cambiarla, e dice che «dovrebbe essere una piacevole sorpresa guardare i nostri prodotti e rendersi conto che sono stati realizzati in India».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti)

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