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Cari manager, attenti alle parole! E a quando e come le pronunciate

sbagliando si impara

Cari manager, attenti alle parole! E a quando e come le pronunciate

«Ascoltate il linguaggio del futuro. La parola scomparirà del tutto ed è così che si parleranno gli esseri umani!». Riferendosi al suono degli strumenti musicali, questo dice Cold Cuts, uno dei personaggi descritti nel libro Una spia nella casa dell’amore, scritto da Anaïs Nin nel 1954. Non sappiamo se la profezia di Cold Cuts si avvererà o meno, ma nella attuale società “liquida” le parole non sono scomparse e mantengono, fortunatamente, ancora la loro importanza, tanto nella vita privata quanto nella vita professionale.

Proprio dall’osservazione di quest’ultimo ambito, in particolar modo quello delle aziende, scaturisce una riflessione legata al modo di comunicare di numerosi manager, che quotidianamente incontro per motivi professionali. Una parte di essi, oggi più che mai, si muove con disinvoltura tra vision e mission (anche se per alcuni la differenza tra le due parole non sempre è ben distinta), mantenendo nell’era del change un atteggiamento meno multitasking e più disruptive, forse il termine più cool al momento. Questo vale per i più anglofili, mentre per i nazionalisti resta la necessità di attenzionare spesso i propri collaboratori su impegni agendati da tempo e legati ad obiettivi sfidanti (possibile che non esista un sinonimo in italiano?) per i quali occorre resilienza (parola tanto affascinante, quanto abusata) organizzativa, trasformativa e perché no, generativa.

Il linguaggio del futuro

Tutto chiaro fin qui? Probabilmente no! Al tempo dell’impresa 4.0 (altra espressione particolarmente in voga) proprio per i cambiamenti che tanti manager si trovano a gestire all’interno delle aziende, l’obiettivo minimo per comunicare efficacemente con i collaboratori dovrebbe esser dato dalla chiarezza; per tale motivo sarebbe auspicabile che alcuni tra loro sviluppassero una abilità, che tanti anni fa insieme ad alcuni colleghi definimmo “Pieroangelite” (in omaggio al grande divulgatore), ovvero quella capacità di spiegare ad un bambino di 6 anni, in 5 minuti, l’evoluzione del popolo Maya, ottenendo come risultato che il bambino di 6 anni, in 5 minuti, comprenda il significato di ogni parola.

«Rem tene, verba sequentur», erano le parole attribuite a Catone il Censore e, al giorno d’oggi, a eruditi personaggi che talvolta capita di incontrare nelle aziende: certamente se conosci l’argomento le parole seguiranno, ma forse potrebbe non bastare, come insegnava la scuola aristotelica, per la quale conoscere a fondo l’argomento non era sufficiente, se non si poneva attenzione anche ai toni e al linguaggio del corpo. Insomma lo slogan potrebbe essere: Cosa dire e come dirlo! E allora, per trasformare tale slogan in azione massimizzandone l’efficacia quando parliamo con uno o più collaboratori, ecco sei semplici domande da porci prima di iniziare a comunicare:

1. Che cosa voglio ottenere, ovvero qual è l’obiettivo della mia comunicazione?
2. Che cosa voglio comunicare, quali sono i messaggi (due o tre importanti, non di più) che voglio condividere con il mio interlocutore?
3. Che cosa otterranno i miei interlocutori dall’ascoltarmi? Se i nostri interlocutori non percepiranno un beneficio/vantaggio anche minimo dalle nostre parole, la comunicazione potrebbe risultare poco efficace.
4. Chi sono io per gli interlocutori? (qual è il reciproco rapporto di “potere”) mi è capitato in certi casi di osservare manager che comunicano come farebbe un caporal maggiore con una truppa di reclute. Chiedersi quale sia il reciproco rapporto di potere implica comprendere che una certa posizione gerarchica non prevede, per definizione, il mancato rispetto o l’abbandono di quel garbo che ci si dovrebbe aspettare ai piani alti o medio-alti della gerarchia. Alcuni lo chiamano “stile” manageriale.
5. In che contesto posso comunicare? (quando, dove, con quali mezzi, a quante persone, per quanto tempo) Solo a titolo di esempio, lo spazio destinato ai distributori automatici del caffè probabilmente non è il luogo ideale per discutere di compiti eseguiti male. Riprendendo in parte le parole di Leonardo da Vinci e al di fuori di qualsiasi retorica, giova ricordare che, in termini di risultato, forse è meglio riprendere il collaboratore in segreto e lodarlo in pubblico.
6. Come dire ciò che voglio comunicare? Solo alla fine potrò scegliere con quale lessico, gestualità, movimento, sguardo e tono della voce intendo comunicare.

Quindi, per una comunicazione efficace tra capo e collaboratore non serviranno “bignamini” magici, ma solo poche regole e un pizzico di attenzione alle parole da usare. Nulla di più, nulla di meno.

* Senior Consultant, Newton Management Innovation

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