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Quando è giusto fare i compiti e sbagliato fare il proprio dovere?

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sbagliando si impara

Quando è giusto fare i compiti e sbagliato fare il proprio dovere?

Maria e Francesca, compagne di classe alle scuole medie, aspettano la verifica di inglese. Sono tranquille, hanno studiato e fatto i compiti. Né Maria né Francesca riescono però a risolvere tutte le traduzioni e i quesiti proposti e rimediano un voto scarso. Mentre tornano a casa, pur dispiacendosi si trovano d’accordo sul fatto che, avendo studiato e fatto i compiti, sentono di aver fatto il loro dovere e quindi i rispettivi genitori non potranno che essere comprensivi.

Potremmo intuire come è andata con le mamme e i papà qualche anno dopo, osservandole durante una riunione in ufficio (ebbene sì, lavorano nella stessa azienda). Due reparti dovevano consegnare dei documenti entro il giorno della riunione: quelli che doveva recuperare Francesca ci sono; Maria, che «aveva il compito» di chiederli al reparto X (e sottolineo l’espressione che abitualmente utilizziamo) non può che far presente che non le sono ancora stati consegnati. La sua contrarietà è palpabile: «Sapeste quanto li ho chiesti. Non mi sono nemmeno limitata a qualche e-mail ma ho chiamato più volte!» Insomma, dal suo punto di vista ha fatto anche più del suo dovere.

Continuando a favoleggiare su Maria e Francesca, mi piace immaginare che entrambe le coppie di genitori siano state comprensive, ma che quelli di Maria, ai tempi della verifica di inglese, non le abbiano raccontato la differenza tra orientamento al compito ed orientamento al risultato, a partire dalle definizioni (Treccani docet): compito è una «parte di lavoro che si assegna ad altri o a sé stesso»; risultato è «l’esito definitivo e conclusivo di un’azione, un’attività o un’operazione».

Compiti e doveri

Ampliando il senso, vero è che i compiti ce li danno (o ce li diamo) e spesso, fin dalle scuole, non li viviamo bene (non a caso Treccani riporta anche «sinonimo di dovere, cioè obbligo civico o morale»); altrettanto vero è che ci danno (o ci diamo) dei compiti pensando che servano a raggiungere i risultati desiderati. Inoltre, sia per la professoressa di inglese che per una azienda, talvolta è più facile misurare se «sono stati fatti i compiti» piuttosto che se è arrivato il risultato. Quando succede, siamo portati a credere che l’orientamento al compito sia sufficiente se non addirittura più importante: i compiti devo farli di sicuro perché mi misurano; ai risultati ci penserò (o forse no, soprattutto se penso che non spetti a me, perché il mio compito è «fare il compito»).

E se dobbiamo fare dei compiti che «non servono a niente»? Sarà capitato di pensarlo, a scuola come a lavoro (compito significa anche «ciò che spetta di fare in relazione al proprio ufficio»). Certamente talvolta l’utilità ci potrebbe essere spiegata meglio oppure potrebbe essersi un po’ persa; soprattutto, quando non ci interessa il risultato, anche il compito si svuota di interesse e significato. Ci conviene pensare che siamo noi che non riusciamo a vederne l’utilità, in modo da un lato di cercare la coerenza e la continuità tra compito e risultato e dall’altro di interrogarci su cosa significhi davvero per noi raggiungere quel risultato, perché il primo ci serva per ottenere il secondo e sia il mezzo e non il fine.

In tal caso possiamo trarre vantaggio dal compito; in determinate situazioni (risultati molto differiti nel tempo o difficilmente misurabili) può paradossalmente servirci per smettere di preoccuparci mentre il risultato non arriva. Se alla fine della giornata ho fatto (bene) i compiti allora posso stare tranquillo. A scuola: quando potrò dire di «sapere l’inglese?». Meglio concentrarsi su fare (bene) gli esercizi. Al lavoro: devo trovare 10 clienti nuovi entro la fine dell’anno? Meglio concentrarsi su contattarne (bene) almeno 30.
Orientamento al risultato significa essere evoluti nella capacità di incarnare e concretizzare quel «bene». La consolatoria attitudine scolastica a considerare assolto il nostro dovere se avevamo fatto i compiti poteva essere giustificata quando, fidandoci di quanto ci veniva promesso o imposto, la pura e semplice ripetizione e applicazione del compito ci faceva raggiungere il risultato (cioè essere promossi, e nel frattempo magari avevamo anche imparato un po’ di inglese).

Più aumenta la complessità dei risultati, e più fare il compito è una condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungerli: avremo sempre «un compito» da fare, ma sempre più spesso sarà interpretabile e non sapremo interpretarlo “bene” senza orientamento al risultato. Continuare ad interrogarsi lucidamente sul risultato da raggiungere non è solo un tema di motivazione (che pure non è banale) ma anche il modo migliore per sapere a cosa serve il compito e soprattutto quali sono i giusti modi, impegno, intenzione e concentrazione per svolgerlo.

* Senior Consultant Newton Management Innovation

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