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Giappone, così si prepara la nascita di una nuova Silicon Valley

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Giappone, così si prepara la nascita di una nuova Silicon Valley

Ogni economia moderna vuole avere una propria versione della Silicon Valley e in Giappone la spinta a trovarne o crearne una è forte come altrove. Anche se la reputazione di paese innovatore non è assolutamente da mettere in dubbio nel caso del Giappone, adattarsi all’era digitale si è rivelato difficile per le sue aziende di prodotti elettronici di consumo, un tempo assai potenti. «Vorremmo saper cogliere tutto il dinamismo della Silicon Valley e portarlo in Giappone» aveva detto il Primo ministro Shinzo Abe durante una sua visita nella culla tecnologica californiana nel 2015, nell’ambito di un viaggio all’estero finalizzato a infondere nuova energia nell’economia del suo paese. Il Giappone ha molte località che affermano di essere poli tecnologici di primo piano, ma ferve in questi tempi un acceso dibattito sulla capacità effettiva di uno qualsiasi di questi di poter affermare a pieno titolo di essere una sorta di Silicon Valley, dove l’innovazione si auto-rilancia e le start-up tecnologiche fioriscono.

Fukuoka, città portuale di 1,5 milioni di abitanti nell’isola sudoccidentale di Kyushu, punta con molta ambizione a questo titolo: uno dei suoi più grandi punti di forza è il sindaco, Soichiro Takashima, che ha assunto la sua carica nel 2010 e si adopera a promuovere e far prosperare il panorama delle start-up. Takashima è stato capace di sfruttare lo status di Fukuoka di una delle zone economiche speciali del Giappone, e ha introdotto il primo “visto per start-up” nel paese: tale visto agevola le condizioni di lavoro per gli imprenditori stranieri che intendono far decollare un’azienda e riducono il tasso delle imposte aziendali per le start-up. A favore di Fukuoka ci sono da segnalare anche i bassi affitti richiesti dagli uffici e una rete di università che attira sempre più stranieri e ha i suoi importanti punti di forza nelle materie scientifiche, in ingegneria, informatica e medicina.

Tutti questi sforzi sembrano dare i loro frutti: nei quattro anni che hanno preceduto il 2016, Fukuoka ha visto crescere di 260 il numero delle aziende nei settori emergenti e ha accolto 11.638 nuovi lavoratori, secondo quanto affermano le autorità municipali. Line, la famosa app per chat su smartphone, e Gumi, un editore giapponese di giochi, sono tra le aziende meglio insediate nell’area ad aver aperto uffici satelliti a Fukuoka, pur essendo sempre lontane dalle aziende di enorme successo del mondo dell’hi-tech o delle start-up.

Quanto detto porta a guardare a Kyoto come aspirante Silicon Valley giapponese. L’antica capitale del Giappone aspira a conquistare questo titolo grazie al proliferare di aziende ingegneristiche, tecnologiche e biotecnologiche di alto livello, oltre che alla reputazione della città di affermato centro accademico.
Anche se non sono marchi familiari, Murata Manufacturing, Rohm e Kyocera riforniscono Apple e vantano quote di mercato rilevanti a livello mondiale nei rispettivi settori di produzione. La città è sede anche della Nintendo, grande innovatrice nel settore dei videogiochi. Un aspetto cruciale della differenza rispetto al modello statunitense è data dal fatto che le aziende di Kyoto sono orientate per lo più verso l’hardware, mentre la Silicon Valley ormai ha il predominio nel mondo del software e internet grazie ad aziende come Facebook, Google, Amazon, Uber e Airbnb.

L’amore del Giappone per l’innovazione nel settore hardware è evidente a Tsukuba Science City, un polo scientifico a un’ora di automobile a nordest di Tokyo. Inaugurato negli anni Sessanta, questo polo ospita ormai più di una sessantina di istituti di ricerca nazionali e vanta la metà del budget nazionale per la ricerca. L’area è già sede di un tracciato di collaudo per i veicoli senza conducente e presto ospiterà anche una “città di robot” che Cyberdyne, una start-up di robotica che ha il suo quartiere generale a Tsukuba, farà entrare in funzione per produrre e collaudare i robot destinati agli ospedali e alle strutture di assistenza ai malati.

Anche il distretto di Shibuya a Tokyo potrebbe legittimamente aspirare al titolo di Silicon Valley giapponese, e per la seconda volta. Questo vivace quartiere è famoso per il suo “attraversamento pedonale di Hachiko”, il più affollato del mondo. Durante il boom delle dot.com, questo quartiere ha ospitato le start-up giapponesi che operavano su internet ed era conosciuto con il nome di «Bit Valley», piccolo gioco di parole tra la traduzione in inglese di Shibuya che significa «valle amara» (bitter valley) e il termine informatico “bit”. Shibuya è una vera e propria calamita per chi sviluppa programmi software e servizi collegati. È già sede di spazi condivisi di lavoro, acceleratori, società di venture capital che sono fondamentali per gli ecosistemi delle start-up. Nell’ambito dell’impegno profuso dal governo locale per attirare le aziende hi-tech e farle ritornare, Shibuya è stata anche scelta in linea prioritaria per una ristrutturazione generale prima dei Giochi Olimpici di Tokyo del 2020.

Una delle critiche che si muovono più spesso al Giappone è che non ama il rischio e non tollera il fallimento, elementi che invece caratterizzano il modello della Silicon Valley. I giovani hanno preferito scegliere posti di lavoro stabili in grandi aziende invece di sviluppare la tecnologia in aziende piccole e poco famose. Tomofumi Watanabe, capo del laboratorio di innovazione digitale di Sumitomo Mitsui Financial Group’s Silicon Valley, dice che la generazione più giovane sta cambiando atteggiamento. «I giovani adesso hanno una mentalità più imprenditoriale, quindi invece di cercare lavoro presso una grande società potrebbero dar vita a nuove aziende di persona. Ormai si stanno rendendo conto che in televisione o sui giornali si parla sempre più di persone di successo (amministratori delegati o direttori finanziari) e questo sta modificando il loro atteggiamento nei confronti dell'imprenditoria».

«Non è negativo che questi poli tecnologici siano in concorrenza gli uni con gli altri», afferma Hideaki Tanaka, rettore della scuola di specializzazione in governance globale presso la Meiji University. «La politica giapponese però ha sempre cercato di uniformare lo sviluppo in tutto il Giappone, non di dargli priorità. E questo è il suo problema principale».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Anna Bissanti )

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