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Vita privata o lavoro? Sempre più spesso i giovani scelgono la prima

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Vita privata o lavoro? Sempre più spesso i giovani scelgono la prima

Ieri ho fatto un colloquio con un giovane candidato che si era da poco licenziato da una delle più note società di consulenza al mondo. Aveva secondo lui un bellissimo lavoro, un fantastico team e un ruolo internazionale. Perché? La risposta è semplice: non aveva una vita. Mi ha raccontato che, negli ultimi mesi, aveva costantemente finito alle 22 e i suoi colleghi ancora più tardi. E con estrema tranquillità mi ha raccontato che non poteva più permettersi di non avere tempo per sé stesso. E dopo 9 mesi (qualcuno sicuramente dirà «dopo soli 9 mesi») questa persona ha scelto di restare senza lavoro piuttosto che con troppo lavoro.

Il discorso non si applica solo a questo caso specifico. Potrei dire - e sono certa di non sbagliare - che è un discorso generale che vale per tutti e che aziende e manager non possono non tenere in considerazione. Chi di noi non sarebbe contento di tornare a casa e cenare con i propri figli o andare a una festa con il proprio compagno o compagna senza dover declinare l’invito per impegni lavorativi?

Ma... c'è un ma: proveniamo da una cultura molto strana per la quale chi esce dall’ufficio prima delle 20.00 quasi si sente in colpa. O si sente dire dai colleghi «mezza giornata oggi?». Eppure con i sistemi tecnologici siamo, di fatto, sempre connessi: mentre si viaggia, a casa dopo cena o in qualunque altro momento della giornata. Sempre ieri, ad esempio, ho risposto alla mail di un cliente alle 23, affinché la mattina dopo avesse tutte le risposte che aspettava. Una cosa impensabile qualche anno fa.

Ai manager di oggi è richiesto un grandissimo cambio di mentalità: riuscire ad accettare che un buon lavoro si possa fare in tempi diversi, a distanza o senza un diretto controllo visivo. Dobbiamo uscire dalla mentalità - che si dimostra sempre più sbagliata - che chi non è fisicamente presente in ufficio non stia lavorando. Questo chiaramente comporta un notevole senso di ansia in chi deve dare risultati tangibili agli azionisti, alla Borsa o ai propri capi. Ma il vecchio meccanismo si sta rompendo e non possiamo più far finta di nulla. Dobbiamo accettare che le nuove risorse non hanno voglia di sacrificare la propria metà di vita a favore delle società. Però non dobbiamo pensare che non abbiano voglia di lavorare, perché non è vero.

In un certo senso da tempo le donne lo hanno già capito. Spesso dopo la maternità non rientrano a pieno regime nel vecchio ruolo, in parte per necessità e in parte per scelta. Di fondo non tutte hanno voglia di sacrificare la loro vita personale o di rinunciare al bello che deriva dall’occuparsi della propria famiglia a favore di una azienda che, spesso, guarda solo ai numeri e poco alle persone.

* Managing Director di EasyHunters

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