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Essere incompiuti, un’opportunità per la realizzazione del…

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sbagliando si impara

Essere incompiuti, un’opportunità per la realizzazione del sé

Molte volte mi sono domandata da cosa fossero realmente mosse le persone nel momento in cui si sono trovate ad affrontare una determinata scelta e in base a quale criterio la compissero. Scegliamo per dovere, per convenzione, per abitudine, seguendo regole, principi, prassi, convinzioni, assecondando il piacere, per necessità, per paura, per emozione, per razionalità. L’elenco, volutamente disordinato, potrebbe continuare ma crescendo sono riuscita a mettere a fuoco il punto. Alla base di tutto si trova la motivazione.

L’essere umano è un sistema complesso, in costante relazione con il mondo che lo circonda, in cui uomo e ambiente si influenzano reciprocamente. Esiste una corresponsabilità di sviluppo e di mantenimento della motivazione che spetta sia alla singola persona (motivazione intrinseca), sia all’ambiente in cui la persona interagisce. Quando parlo di ambiente mi riferisco ad esempio alla famiglia, alla scuola, alla società, alle istituzioni, all'azienda o ad una squadra sportiva. La motivazione è strettamente legata al senso di autoefficacia e all’autostima, quindi alla realizzazione del sé. È importante che ciascun individuo agisca attingendo alla motivazione intrinseca, ma ricercando un ambiente pronto a riconoscere e sostenere la propria motivazione. In mancanza di questo riconoscimento, la realizzazione del sé è fortemente minacciata.

Essere incompiuti diventa lopportunità per la realizzazione del sé

Come riconosciamo ciò che ci motiva? Un buon modo per iniziare potrebbe essere quello di sperimentare ciò che ci piace. Così facendo, si attivano emozioni positive che hanno una ricaduta sul nostro benessere psicofisico. Il piacere è la forza creativa della vita e si traduce nella capacità di dare molteplici risposte alle variabili che si presentano nel quotidiano. A questo proposito, Alexander Lowen ha scritto un interessante libro: «Il Piacere, un approccio creativo alla vita». Una volta trovato quello che ci piace (i bambini hanno inconsapevolmente molto da suggerirci) ha inizio la fase di apprendimento nella quale saremo a stretto contatto con la sensazione «dell'incapacità di fare bene», a cui seguirà il senso di frustrazione e di inadeguatezza che culminerà nel tentativo di abbandono del piacere appena intrapreso.

«L’incapacità di fare bene” è una sensazione che abbiamo provato tutti, per esempio la prima volta in cui abbiamo guidato la macchina, durante le prime discese con gli sci o quando abbiamo iniziato un nuovo lavoro, insomma, tutte le prime volte in cui abbiamo fatto qualcosa di più o meno complesso. In questa fase è necessario essere abili nel far subentrare il nostro senso di autoefficacia, ovvero la nostra convinzione di riuscita in quel determinato contesto e la nostra capacità volizionale (o capacità autoregolativa). Pietro Trabucchi in «Perseverare è umano» spiega questi due aspetti in modo coinvolgente ed efficace, affermando che la capacità di accettare il disagio e la sofferenza si possono allenare (resilienza). Il disagio è quindi qualcosa di inevitabile ed è meglio che diventi un evento ordinario se si vuole raggiungere il «piacere di farcela». Essere motivati produce impegno, impegnandosi aumenta il nostro senso di competenza (o di autoefficacia) e l’accresciuto senso di competenza produce nuovo piacere, generando un circolo virtuoso motivazionale.

Se pensiamo al contesto aziendale, ogni organizzazione dichiara di volere al proprio interno persone motivate e competenti ma spesso i manager dimenticano, o sottovalutano, la loro cruciale responsabilità nella realizzazione delle persone. Avere persone motivate all’interno dell’azienda significa avere individui in completa tensione al raggiungimento degli obiettivi, pronti ad assumersi la responsabilità delle loro azioni e a dare il miglior contributo possibile. Tutto questo ha un inevitabile impatto sull’innovazione e sulla competitività dell’azienda. Un buon manager si preoccuperà (anche) di creare all’interno del team di lavoro un clima emotivo stabile e sereno (le buone relazioni tra le persone si costruiscono con il tempo), darà fiducia alle persone riconoscendo capacità e competenze, lascerà autonomia, attribuirà molto valore all'aspetto comunicativo e in caso di incomprensioni, dovute ad una mancanza di comunicazione, saprà far emergere e gestire il confronto in maniera costruttiva.

Dal momento che noi esseri umani siamo “affetti” da una sorta di neotenia, l’unico animale che dedichi ancora molto tempo al gioco, all’apprendimento, all’esplorazione dell’ambiente e di sé stesso (questo perché il nostro cervello risulta incompiuto e quindi immaturo), abbiamo ancora tempo per intraprendere la via della realizzazione del sé.

* Consultant Newton Management Innovation Spa

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