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Dublino, la nuova meta dei talenti del frenetico settore fintech

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Dublino, la nuova meta dei talenti del frenetico settore fintech

I segni del frenetico settore fintech irlandese si vedono in tutta Dublino, tanto negli uffici dalle pareti di vetro della ristrutturata area dei «Silicon Docks» (l’equivalente nella capitale di un tech hub californiano) quanto nelle strade alla moda del centro città attorno a St. Stephen’s Green. Dalle start-up alle grandi istituzioni, Dublino è diventata una meta fertile per investire in quella tecnologia finanziaria che ha creato migliaia di posti di lavoro e infuso ulteriore slancio al rimbalzo economico del paese dalla sua recente crisi bancaria.

All’orizzonte, però, c’è una nuvola, ed è la Brexit. L’uscita del Regno Unito dalla Ue potrebbe rendere più difficile una rapida ascesa delle fintech irlandesi grazie a un’espansione nel vicino mercato britannico, che molte di loro utilizzano come iniziale terreno di prova. Eppure, la Brexit potrebbe portare sia opportunità sia sfide al settore fintech irlandese, dato che il paese si configura già oggi come una destinazione naturale per le aziende che cercano una base nella Ue alternativa al Regno Unito. Il successo nell’alimentare il settore fintech è stato ottenuto a partire dall’affermazione vissuta dal paese quando è diventato la sede dei colossi della tecnologia statunitense come Google e Facebook, e così pure di molte delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta.

Molte start-up di fintech locali nascono di continuo da persone che hanno lavorato in uno dei grandi gruppi tecnologici o finanziari e hanno deciso di dimettersi per debuttare in proprio. Ne è un buon esempio Plynk, una app di pagamento e messagistica dedicata ai più giovani, cofondata da Charles Dowd e Clive Foley nel 2015, un anno dopo che il primo ha lasciato Facebook. Ubicata nell’area di Camden Street, Plynk l’anno scorso ha ricevuto 25 milioni di dollari da vari investitori, prima tra tutti Swiss Privée. «L’ecosistema delle fintech in Irlanda è molto variegato - dice Dowd -. Qui ci sono le divisioni di alcune multinazionali come PayPal, Stripe e altre ancora, che attirano e lanciano nel mercato un bell’insieme di persone di talento ricche di competenze. E poi ci sono persone come noi, che cercano di dar vita a un brand globale».

Un’altra start-up che mira a costruire una presenza globale a partire dalla sua base in Irlanda è TransferMate che, da quando si è costituita nel 2010, ha gestito pagamenti transfrontalieri per conto delle imprese per un importo superiore ai 10 miliardi di dollari. L’anno scorso TransferMate ha ricevuto da Allied Irish Banks 30 milioni di euro, con l’idea di offrire il software della fintech a tutti i clienti della banca. Alla fine di quest’anno, TransferMate si aspetta di ricavare almeno la metà delle sue entrate da clienti negli Stati Uniti, dove è stata autorizzata in tutti i cinquanta Stati. Un terzo delle sue entrate dovrebbero arrivare dai clienti in Europa, e un quinto da quelli nel resto del mondo. «L’Irlanda è sempre stata un paese abbastanza innovativo. E deve esserlo, perché è un mercato davvero piccolo - dice Sinead Fitzmaurice, cofondatore di TransferMate -. Non ci si può appoggiare semplicemente al mercato irlandese per avere un’attività decorosa di fintech”.

Insieme alle start-up che stanno spuntando in questo settore, anche gruppi internazionali più grandi stanno scegliendo di aprire sempre più operazioni fintech a Dublino. Quattro anni fa, Deutsche Bank ha inaugurato un nuovo laboratorio di analisi dei dati a Silicon Docks, che essa chiama «L’alveare» a causa dei pavimenti gialli della divisione. Il laboratorio, che ormai dà lavoro a 120 esperti e analisti di dati, lavora a vantaggio delle operazioni globali della più grande banca tedesca. Sheamus Causer, capo per la strategia e l’innovazione presso Deutsche Bank in Irlanda, dice che a contare molto ai fini della sua decisione è stato il ricco bacino di talenti fintech del paese. «Per rendersi conto che questo paese ha un ambiente e un ecosistema ideali è sufficiente guardare le aziende nate su internet che hanno sede qui, da Google a Facebook».

Tra i 750 dipendenti che Deutsche Bank ha complessivamente in Irlanda si contano 29 nazionalità diverse. «Qui a Dublino c’è un'eccellente forza lavoro multiculturale - dice Causer -. L’accesso alle competenze linguistiche è importante e la cultura locale è molto collaborativa». La creatura di maggior successo della scena fintech irlandese adesso ha sede a San Francisco. Stripe, che offre alle imprese servizi di pagamento, è stata fondata dai fratelli irlandesi Patrick e John Collison, che grazie alla sua rapida crescita sono diventati miliardari «sulla carta». Stripe ha il suo quartiere generale europeo in Irlanda, dove dà lavoro al 10 per cento circa dei suoi mille dipendenti globali. Iain McDougall, responsabile per l’azienda nel Regno Unito e in Irlanda, dice che la crescita del fintech irlandese è stata trainata da «una seconda ondata di cervelli in Irlanda, arrivati in gran numero per gli investimenti massicci di Google, Apple, Facebook e Amazon nei Silicon Docks».

Egli stesso ex dipendente di Google, McDougall dice: «Stiamo iniziando a veder arrivare vere persone di talento. Non si tratta di semplici laureati con un paio di anni di esperienza, ma di gente significativamente più preparata». McDougall minimizza l’importanza dell’aliquota irlandese di imposta sulle imprese del 12,5 per cento (rispetto a una media del 24 per cento circa nei paesi dell’Ocse) e non la considera il fattore decisivo che ha motivato la decisione di aprire sedi in Irlanda, dicendo che «si tratta di qualcosa di gonfiato, in termini di priorità che l’opinione pubblica e le imprese le danno».

Per quanto riguarda lo sconvolgimento che la Brexit determinerà, egli pensa che il settore fintech irlandese ne uscirà vincente, se la Brexit ci sarà sul serio. «Se ci saranno aziende costrette a lasciare il Regno Unito, credo che l’Irlanda sia davvero molto ben piazzata per raccogliere ben più della sua normale quota di attività. Per il momento, però, non abbiamo ancora assistito a nessun esodo da Londra».

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(Traduzione di Anna Bissanti )

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