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Le parole sono importanti per vivere meglio. Anche in azienda

sbagliando si impara

Le parole sono importanti per vivere meglio. Anche in azienda

In politica, pensano in molti, le parole stazionano spesso nei territori del bla-bla oppure dell'estenuazione oppure dell'ostilità. Parole superficiali, vuote, inconsistenti. Oppure logore, sfinite, sfiancate. O addirittura offensive, umilianti, violente. Bene (o meglio, male): e nelle aziende? Che parole usiamo nel luogo in cui passiamo gran parte della nostra unica e irripetibile vita? Non accade anche nelle aziende - il luogo del fare per antonomasia - che le parole spesso risultino futili, insignificanti, esaurite, esangui? E che talvolta o spesso (me ne parleremo alla fine), forse proprio per tentare di recuperarne un qualche peso, le riempiamo di ostilità?

Le parole sono importanti

Nanni Moretti, in Palombella Rossa, fa affermare al protagonista Michele: «Le parole sono importanti». La scena è nota:
Reporter: Io non lo so però senz’altro lei ha alle spalle un matrimonio a pezzi.
Michele: No, che dice?
Reporter: Forse ho toccato un argomento che non...
Michele: No, no. È l'espressione. Non è l’argomento, non è l’argomento, non è l’argomento è l’espressione: “matrimonio a pezzi” ma come parla?
Reporter: Preferisce “rapporto in crisi”? Ma è così kitsch.
Michele: “Kitsch” ma dove le andate a prendere queste espressioni? Dove le andate a prendere? [toccandosi il cuore]
Reporter: Io non sono alle prime armi.
Michele: “Alle prime armi” ma come parla? Il linguaggio è...
Reporter: Anche se il mio ambiente è molto cheap.
Michele: Il suo ambiente è molto?
Reporter: È molto cheap.
Michele [le dà uno schiaffo]: Ma come parla?
Reporter: Senta, ma lei è fuori di testa!
Michele: E due. [le dà un altro schiaffo] Come parla? Come parla? Le parole sono importanti.

Chissà che cosa penserebbe e quanti sganassoni mollerebbe Michele se frequentasse le parole abituali nelle aziende, del tipo: bedgiato, skillato, briffato, treinato, becappato, suicciato. O se sentisse un qualche Amministratore Delegato - con aria pensosa, petto in fuori, sguardo ispirato e voce impostata - affermare che: «gli obiettivi sono certo sfidanti ma realistici», «le risorse umane sono il vero patrimonio della nostra azienda», la «customer satisfaction è la nostra mission», il «modello di business», la «value proposition», «se ci crediamo veramente, nessun sogno è irraggiungibile (seguono, nel tono, dieci punti esclamativi)».

Carlo Levi intitolava un suo libro di denuncia di alcuni decenni fa: Le parole sono pietre. “Rubando” la forza espressiva della metafora, se invece le parole - anche nelle aziende - risultano prive di peso, di vita, di “carne”, senza alcun rapporto con la realtà, alla fine sono solo inutili bolle di sapone. E questo accade (al netto dell’ipocrisia o della malafede eventuale di chi pronuncia le parole) essenzialmente per due cause:
1) Perché ci si è dimenticati di riflettere sul loro significato («Siamo un’azienda leader», che cosa significa davvero? «Motivare le risorse umane», che cosa implica davvero? «Responsabilità sociale dell’impresa» che cosa vuol dire in profondità?).
2) Perché, pur avendo riflettuto sulle “parole della canzone”, ci si è dimenticati di “mettere la musica” (ogni frase è una “frase fatta” se non risuonano -nelle orecchie di chi ascolta - autenticità, sentimento, onestà intellettuale, umanità, insomma un senso che vada oltre al budget e all’organizzazione, indipendente dalle buone intenzioni di chi parla).

Più esplicitamente, c’è chi sopravvaluta la forma (l’importante è che la formuletta sia accattivante, la frase alla moda, le slide colorate) e chi, al contrario, pensa che importante sia solo l’onestà di chi parla…al diavolo le parole (la “musica”). Sono due opposte ed identiche forme di analfabetismo.

Ma c’è una terza scelta, come accennato, purtroppo: le parole ostili. Anche nelle aziende quante parole sessiste, discriminanti, volgari, razziste, violente si pronunciano ogni giorno - magari in buona fede - proprio per apparire più concreti e veritieri? L’Associazione Parole O_stili (nata per sensibilizzare le persone sulle parole che usiamo in Rete) scrive nel suo sito: «Le parole hanno un potere grande: danno forma al pensiero, trasmettono conoscenza, aiutano a cooperare, costruiscono visioni, incantano, guariscono e fanno innamorare. Ma le parole possono anche ferire, offendere, calunniare, ingannare, distruggere, emarginare, negando con questo l'umanità stessa di noi parlanti. Ecco perché dobbiamo usare bene e consapevolmente le parole, sia nel mondo reale sia in Rete». Parole come pietre anche nel male, quindi.

Ma Michele dice anche: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!». Forse proprio l’allenamento a trovare le parole giuste può essere la via per pensare e vivere meglio. Anche in azienda.

* Partner Newton Management Innovation

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