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Max Mara negli Usa cresce del 25%

intervista

Max Mara negli Usa cresce del 25%

Sette anni di lavoro e un investimento di 422 milioni di dollari, a fronte dei 760 milioni raccolti in totale, tutti da privati tranne 57 stanziati da New York. Il nuovo Whitney Museum, che si è spostato nel Meatpacking District di Manhattan, ha quasi 5mila metri di superficie espositiva (il doppio rispetto alla vecchia sede) e aprirà al pubblico il 1° maggio, con un biglietto più caro del 15% (22 dollari, ma il Guggenheim costa 25) perché i costi di manutenzione sono raddoppiati (49 milioni all'anno) rispetto all'austero Whitney di Madison Avenue, casa dell'arte contemporanea americana dal 1966: all'epoca il museo - voluto e finanziato dalla famiglia Vanderbilt - aveva una collezione di 2mila opere, oggi sono 22mila.

L'architetto del nuovo Whitney è Renzo Piano, l'italiano che a New York ha già “firmato” la sede del New York Times, la Morgan Library e la Columbus University e che finora da disegnato 25 musei (14 solo negli Stati Uniti). Ma il Whitney parla italiano anche per un'altra ragione: sponsor della serata inaugurale, questa sera, è Max Mara: ci saranno tutti i donors attuali e quelli potenziali e ospiti da tutto il mondo. Il costo dell'operazione? Top secret, ma per il gruppo emiliano, che ha chiuso il 2014 con un ebitda di 170 milioni, è sicuramente un modo per conquistare il mercato americano che, come spiega il presidente Luigi Maramotti, diventa sempre più importante per Max Mara.

Come è andato il 2014 per il gruppo, negli Stati Uniti e in generale?
È stato un anno difficile, con mille incognite valutarie e geopolitiche. Il nostro fatturato crescerà a una cifra rispetto agli 1,3 miliardi del 2013. Ma qui siamo andati in controtendenza: i ricavi sono arrivati a circa il 10% del totale, 130 milioni, in salita del 25%, e gli Usa sono ora il quarto mercato dopo Europa, Cina e Giappone. Merito della ripresa, certo, ma anche dei grandi investimenti che abbiamo fatto negli ultimi anni, con un focus importante sugli accessori e in particolare sulle borse, usando anche la “leva” del legame con l'arte, che forse ha funzionato meglio di altre possibili tecniche di marketing. Un anno fa abbiamo vinto, prima famiglia italiana nella storia del premio, l'American Art Award del Whitney e l'impegno continua a Londra, con il Max Mara Womens Art Prize, e a Reggio Emilia, dove c'è la Fondazione.

Piano e la partner che ha seguito per lo studio il progetto della Whitney Bag, Francesca Trezzani, si sono detti entusiasti del lavoro di squadra fatto per questo “semplice” oggetto di pelletteria. Per voi è una categoria abbastanza nuova, come vanno le vendite?
È la prima volta che il Renzo Piano Building Workshop disegna una borsa, ne siamo orgogliosi. L'edizione limitata in 250 pezzi appena arrivata nei negozi, sarà anche nel museum shop del Whitney. Gli accessori per Max Mara nel 2014 sono cresciuti a doppia cifra in quasi tutti i mercati, anche se il nostro core business resta l'abbigliamento.

A quanto verrà venduta la borsa?
L'edizione limitata e numerata costerà circa 1.100 euro, poco più di quella che verrà distribuita nelle boutique Max Mara del mondo in altri colori. È sicuramente un prodotto di altissima qualità, ma non volevamo che il prezzo fosse troppo alto e non ci interessa tanto venderne migliaia di pezzi, ma il fatto di aver collaborato con un team, quello di Piano, che ha la nostra stessa idea di creatività: unire il know how tecnico a una visione, per creare qualcosa che sia allo stesso tempo profondamente italiano ma possa piacere nel mondo. Gli accessori comunque sono la categoria di beni di lusso di maggior successo, rappresentano il 30% del mercato totale (225 miliardi di euro circa)...
Noi però resteremo molto focalizzati sull'abbigliamento. Personalmente credo che ci sia stata un po' di “ubriacatura” sugli accessori. Ora c'è un nuovo interesse per il ready-to-wear e noi abbiamo molti progetti, come quello sul tailleur su misura e penso che a Reggio Emilia abbiamo la più bella fabbrica di cappotti al mondo.

Quanti negozi avete negli Stati Uniti, primo mercato al mondo del lusso con 65 miliardi di euro, secondo Bain?
Abbiamo appena aperto a Miami, seconda più importante città per lo shopping dopo New York e ora i negozi a insegna Max Mara e Max Mara Weekend sono 17 ed entro l'anno ci sarà anche l'e-commerce, che per ora avevamo solo in Europa e Giappone.

E il brand Marina Rinaldi, che secondo Business of Fashion è l'unico che coniuga le esigenze delle donne “curvy” con l'idea di lusso?
È l'unico altro marchio del nostro portafoglio che abbiamo in Usa e nel 2014 è cresciuto del 35%. In America c'è un paradosso: la percentuale di donne curvy è tra le più alte al mondo, ma i marchi specializzati sono tutti di fascia bassa e medio-bassa. Con Marina Rinaldi riempiamo questo vuoto.

Per il 2015 cosa prevede?
Sono moderatamente ottimista: nei mercati dove siamo più radicati, siamo andati bene nonostante i tanti fattori che non dipendono da noi. Nella Greater China, dove abbiamo 3.500 dei nostri circa 5.800 dipendenti, le vendite sono salite del 12%, mentre per la maggior parte dei marchi c'è stato un forte rallentamento.

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