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Il Ballo del Doge, un business da 4 milioni di euro

al carnevale di venezia

Il Ballo del Doge, un business da 4 milioni di euro

Ballo del Doge 2016: “The secret gardens of de dreams”
Ballo del Doge 2016: “The secret gardens of de dreams”

Mancano pochi giorni al gala più atteso del Carnevale di Venezia. Il Ballo del Doge si svolge il 25 febbraio nei saloni del quattrocentesco Palazzo Pisani Moretta, dove si attendono 400 ospiti da tutto il mondo, vestiti in sontuosi costumi storici e di fantasia che richiamano il tema della serata, quest’anno «Venezia è so splendid, so magic, so glam, so you!». Il ballo è una vera e propria produzione artistica, diversa ogni anno, definita come «una delle 10 esperienze da fare una volta nella vita» (ABC Television). Non è però solo sogno e magia, ma anche un sostanzioso volano per l'economia locale, che nel 2017, si valuta in un giro d’affari tra i 3 e i 4 milioni di euro per 1.500 pernottamenti in hotel 4 e 5 stelle o appartamenti, 2mila transfer in taxi d’acqua, 1.500 pranzi in ristoranti.

Dà inoltre impiego a decine di persone, tra cui 100 artisti, 14 sarte, 12 truccatori, 4 parrucchieri, 8 flower designer, 14 tecnici delle luci, 24 operai che allestiscono la serata in tempi record cominciando la mattina del ballo, per riconsegnare il palazzo vuoto e pulito il giorno dopo alle 7, solo 3 ore dopo i saluti dell’ultimo invitato.

«Proprio come un sogno, tutto svanisce, come se non fosse successo nulla», dice Antonia Sautter, ideatrice del gala, dello story-board, delle scenografie, dei costumi che cuce su misura o affitta per l’occasione nel suo sontuoso atelier vicino a San Marco. Moda24 l’ha intervistata per farsi raccontare come è nato il Ballo del Doge, cosa è diventato e le novità della prossima edizione.

Perché ha scelto Venezia come tema del Ballo del Doge 2017?

Dopo 24 edizioni, mi sembrava doveroso: Venezia è stata l’ispiratrice e ne è da sempre la madrina.

Come è iniziata la sua passione per i costumi storici?

È merito di mia madre, insegnante con l’hobby del cucito. Quando ero piccola abitavamo in campagna, e riempivamo i lunghi pomeriggi sfogliando l’Enciclopedia per imparare storia, geografia, teatro: lei leggeva e io immaginavo Maria Antonietta, la Regina Elisabetta I, Anna Bolena, Enrico VIII. A Carnevale facevamo i costumi per tutti i bambini della scuola. Era tutto un passatempo. E per me che ero timidissima, il costume era magico: indossavo una maschera, entravo in un altro personaggio, in un altro mondo, e per assurdo mi sentivo più me stessa. Come diceva Oscar Wild: dai a un uomo una maschera e saprai chi è.

E da allora non ha mai smesso?

Guardavo mia madre e imparavo. Mi ha insegnato la gioia della creazione fine a se stessa, che nasce e va coltivata semplicemente per gratificarci. È la più grande eredità che mi ha lasciato mia madre, che se n’è andata quando avevo 18 anni.

Un’eredità che lei ha trasformato però anche in un business

Non subito. Ho studiato lingue all’università, e sono diventata insegnante. Però, non era il mio destino. Non perché non mi piaccia, anzi, insegno di continuo ai miei collaboratori, ma posso insegnare con entusiasmo solo ciò che amo.

Ci sono molti giovani nel suo staff?

Abbastanza (il più giovane ha 19 anni, ndr) e ne sono contenta. Mi dispiace invece che alcune delle mie migliori sarte e ricamatrici siano ormai in pensione: sostituirle non è facile, tantomeno trasferire 50 anni di esperienza. Molti colleghi producono in India e Cina, per risparmiare sulla mano d’opera. Ma è un peccato perché così facendo perdiamo l’opportunità di scoprire i nostri geni di abilità, che magari non sanno di esserlo e non potranno mai far emergere il proprio talento.

Lei invece quando ha scoperto il suo talento?

Nel 1982 ho aperto un negozietto a Venezia, dove vendevo corsetti, maschere e accessori che cucivo la notte. Un giorno entrò Alan Ereira, produttore della BBC, il quale entusiasta del mio coloratissimo atelier mi offrì di girare lì uno spot per British Airways. Doveva realizzare anche un programma sulla IV Crociata, e cercava un esperto per metterla in scena. E, in assoluta incoscienza, mi sono offerta. Avevo poco budget e per realizzarla ho invitato amici da tutto il mondo a fare le comparse, e cucito tutti i costumi. È andata benissimo, e la mandarono in onda con il titolo “Ballo del Doge”: era il 1994. L’anno seguente l’abbiamo replicata come festa, ma da allora la regista sono io. Lo so, sono esagerata, controllo tutto, ma so benissimo che non potrei fare nulla senza il mio team, 25 persone indispensabili.

Lei disegna, progetta, cuce i costumi e li affitta

Chi viene nell’atelier vicino a San Marco capisce l’anima del nostro lavoro e l’impegno necessario per la realizzazione della nostra produzione artistica.

Ci sono altre occasioni durante l'anno per indossare i suoi costumi?

Il Ballo del Doge è l’unico mio evento aperto al pubblico. Per il resto organizziamo matrimoni e feste aziendali. Però, guardi che a Venezia chiunque può passeggiare in costume tutto dell'anno. È un teatro naturale, e nessuno si meraviglierà.

Che tipo di costume consiglia?

Abbiamo 1.500 costumi. È impossibile non trovare quello giusto per ciascuno. Comunque, consiglio un abito rinascimentale. Alcune calli sono troppo strette per i panier che sostengono le gonne di un Maria Antoinette. E indossare per qualche ora i panni di una regina straordinaria come Caterina Cornaro è un'esperienza incredibile. Una volta adoravo il 700, bellissimo, ma troppo corrotto. Un po’ come la nostra epoca.

Solo 100 ospiti partecipano anche alla cena di gala placée. Chi cura il buffet?

Nicola Batavia, lo chef torinese che per il ballo ha ideato un menu di rivisitazione dei banchetti nobiliari veneziani. Dalle 23 arrivano gli altri 300 invitati per lo spettacolo e la discoteca. Ad attenderli troveranno champagne Vranken-Pommery, vodka Absolut Elyx, vino e cioccolato offerto da T Fondaco dei Tedeschi.

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