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Emporio Armani unisce i ricami ai macromotivi optical. Dal 2018 riassetto…

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Emporio Armani unisce i ricami ai macromotivi optical. Dal 2018 riassetto dei marchi del gruppo

È una giungla là fuori. Le esigenze della vita contemporanea sono dilanianti. Si esiste costantemente online e in movimento, in bilico tra reale e virtuale, sempre in qualche modo non connessi al mondo circostante, altrove con il pensiero e con lo sguardo. Questa condizione di distrazione permanente ha riscritto alla radice anche i canoni dello stile, annullando confini e protocolli, imponendo un anarchico laissez faire. In una sorta di autodeterminismo assoluto, oggi in materia di vestimento ciascuno agisce come vuole e crede, immemore di prescrizioni ormai vetuste.

La tornata di sfilate milanesi, almeno per come l’azione si è delineata fino ad ora, è, non a caso, tutta all’insegna del caos: la tendenza, sempre che in questa temperie da nuovo big bang il trend univoco esista ancora, è vestirsi alla rinfusa, come a luce spenta, e quel che si perderà in stile si guadagnerà in personalità.

Dello slittamento in atto, ovvero del trionfo della cacofonia sull’armonia, si è accorto persino Giorgio Armani, che da Emporio Armani decide che il clash è segno di individualità, e manda in passerella una collezione ad alto impatto visivo, quasi psichedelica nella forzata coesistenza di macromotivi optical e plastiche industriali, di rosa acceso e nero notturno. È un Armani meno morigerato del solito, che gioca con le proporzioni e con le stampe, che tratta le paillettes e i ricami con la nonchalanche che si riserva alla felpa, e che contrappone generi senza alcun rispetto per regole che non ha certo scritto lui.

«Ho fatto una scelta rischiosa con questa collezione - racconta Giorgio Armani backstage -, ma sono convinto che bisogna trovare una nuova formula, un nuovo modo di vestire che sia veramente di questo tempo, non nostalgico e non costumistico. Bisogna rispecchiare il momento in cui si vive». L’intento è lodevole, e invidiabile è la tenacia con la quale Armani non rinuncia al dialogo con la contemporaneità. Però questa è ancora la fase della sperimentazione, sicchè non tutto funziona. L’impatto è forte, ma stordisce. Armani, in fondo, è sempre al meglio e più vero quando sottrae.

Donatella Versace manda in passerella cinquantatrè donne che sono altrettante personalità, una diversa dall’altra, tutte forti e decise. Il tono è duro, metropolitano, pericolosamente vicino al lavoro di Demna Gvasalia, del quale Donatella Versace interpreta gli stilemi, dal megatailoring ai duvet, filtrandoli attraverso la lente del superomismo Versaciano. Il risultato è un sexy abrasivo che affascina.

L’assenza di un direttore creativo, da Tod’s, non è motivo per rinunciare allo show. La prova, a firma collettiva dell’ufficio stile, introdotta da una intensa performance di Thomas De Falco, è una convincente reitereazione dei codici della maison: spirito outdoor, alta artigianalità, italianità perbene. La pelle, intrecciata, lavorata, esaltata, è al centro della proposta, declinata al meglio nei parka dai volumi decisi.

Per Sportmax radicare la moda nel momento vuol dire ritornare senza indugio alle proprie radici, stilistiche ma anche liguistiche. Ovvero, puntare sullo sport, che non significa performance tecnica e agonismo, ma felice pragmatismo. La collezione è pulita, scattante e vera. I giacconi dai tagli architettonici, i lunghi abiti e i fuseaux esprimono al meglio lo spirito del nuovo minimalismo.

È serena e rassicurante la bella prova di Andeas Melbostad per Diesel Black Gold, che abbandona le spigolosità rock per esplorare una idea di intimismo dall’inequivocabile esprit anni Novanta, completo di gonne lunghissime e scarpe da ginnastica, come portava Kate Moss nelle prime foto di Corinne Day e David Sims. Melbostad ha quarant’anni o poco più: su quell’estetica si è formato e non ne fa mistero. I riferimemti a Martin Margiela e Ann Demeulemeester sono dichiarati, ma la lettura è acuta e personale, mai nostalgica.

È tempo di re-start da Krizia: nuovo management, nuova direzione creativa, nuovi progetti di dialoghi pluridisciplinari, come fece la pioniera Mariuccia Mandelli. È solo la prima prova, ma la direzione convince: perchè dinamica, e vagamente pop, senza rinunciare agli animali sui maglioni, impressi per sempre nell’immaginario collettivo. Da qui si riparte.

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