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Milano fashion week: per Ferragamo linee scattanti - Da Marni prova…

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Milano fashion week: per Ferragamo linee scattanti - Da Marni prova psichedelica

Salvatore Ferragamo (a sinistra), ispirazione anni 40. Marni, caleidoscopio di proposte
Salvatore Ferragamo (a sinistra), ispirazione anni 40. Marni, caleidoscopio di proposte

In conclusione della fashion week milanese, il messaggio, nella varietà frammentata delle proposte, è chiaro: al caos che imperversa nel mondo la moda risponde con altrettanto caos. Contrasti, frizioni, clash, personalità multiple: sono queste le parole chiave di una stagione di diffusa incertezza, creativa ed esistenziale. L’identità della moda italiana è in divenire, ma siamo ancora impigliati nella fase magmatica. Il big bang è in essere: avviene mentre ci stiamo dentro, e bisogna tenersi forte per attendere le future evoluzioni.

Da Marni l’arrivo del nuovo direttore creativo, il capace Francesco Risso, si traduce in un messaggio di pura, ipnotica psichedelia, che affascina e impensierisce allo stesso tempo. In passerella, accompagnato da un montaggio sonoro dal tono onirico e angoscioso, si materializza un caleidoscopio di proposte e di personaggi, tutte e tutti squinternati e sbalestrati - aggettivi che sono constatazione, non giudizio di valore. Unico filo conduttore, nell’atmosfera da trip lisergico, il sex appeal dell’inorganico e del sintetico, per citare Perniola: tessuti dalla mano cartacea, jacquard plasticosi, pellicce arruffate, pellicce sintetiche come manti di porcospino, alpaca che sembra pelouche. Le forme sono invece dritte, crude, occasionalmente attraversate e riconfigurate da coulisse. Un nuovo inizio è per forza di cose un momento di sospensione e indagine. Risso ha talento e gusto per il decoro e la materia, ma mette in campo troppe idee mentre ignora un tratto saliente dell’identità Marni: il dialogo astratto tra abito e corpo, sempre cerebrale, generoso e inclusivo. Adesso, invece, il corpo è fasciato, costretto, oppure protetto da forme a uovo che avrebbero anche potuto essere più estreme. L’esordio, a conti fatti, è una intro che abbisogna di aggiustamenti. Risso ne sarà capace - il suo valore è evidente. Uccidere, simbolicamente, la memoria di Miuccia Prada, suo precedente datore di lavoro, gli gioverebbe parecchio.

La psichedelia di Arthur Arbesser ha altre orgini e riferimenti: crudi, est berlinesi, underground e volutamente dissonanti. Il giovane designer viennese è un paladino dell’antigrazioso. La sua moda più respinge e più intriga, anche se richiede un certo sforzo per apparir desiderabile. Il clash, per Stella Jean, è l’occasione per un incontro massimalista di stili e culture all’insegna del più alto artigianato italiano. Da Au Jour Le Jour il mix onnicomprensivo è legge, mentre il pop di Msgm ritrova immediatezza nell’ispirazione Twin Peaks. Massimo Giorgetti, fondatore e anima del marchio, mette da parte le tentazioni concettuali, e la franchezza gli giova, perchè riconoscersi come un fornitore di puro prodotto non è un male. Da Philosophy, invece, Lorenzo Serafini gioca con un classico: lo scontro tra brava e cattiva ragazza, tra romanticismo e “mod”. L’equilibrio funziona, ma non è di una originalità trascinante.

Al caos che avanza, una fazione consistente oppone invece purismi minimal. Da Salvatore Ferragamo, Fulvio Rigoni, direttore creativo della collezione donna, continua la ricerca di una precisa identità femminile per la storica maison. La prova ha una morbidezza superiore alla precedente, ma non ancora del tutto rotonda. Rigoni lavora su una ispirazione anni Quaranta - vite segnate, gonne longuette, spalle arrotondate - ma evita tentazioni didascaliche. La silhouette è lunga e scattante, i tagli donano. La direzione è convincente ma va forse riscaldato il tono, e aggiunta la giocosità sperimentale che fu di Salvatore.

Da Laura Biagiotti il cashmere color latte e le forme avvolgenti sono un classico intramontabile che rassicura, mentre la nonchalance borghese di Trussardi è facile e immediata. Sono radicali nella scelta del più asciutto anti-decorativismo Aquilano.Rimondi, ai quali sottrarre fa un gran bene. La costruzione dei capi, come sempre, è impeccabile. Il lusso lirico di Giada è un’armonia di forme geometriche e materie preziose che esalta la gentilezza femminile. Albino Teodoro, in fine, mescola rigore e romanticismo con verve sperimentale e grazia. Torna a sfilare, ed è una interessante aggiunta al fermentante panorama milanese.

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