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Valentino fa dialogare le rouche vittoriane con i colori e il pop di Memphis

parigi giorni 5 e 6

Valentino fa dialogare le rouche vittoriane con i colori e il pop di Memphis

La moda è affamata di novità, ma è ancora possibile inventar qualcosa di mai visto? In tempi di creatività come montaggio, citazione, postproduzione, il problema va forse affrontato da un diverso angolo. Il nuovo, oggi, scaturisce non tanto dalla costruzione per intero ex novo, ma dagli accostamenti incongrui, dalle congiunzioni balzane, in definitiva dagli sguardi e dai percorsi dei singoli autori all’interno di un repertorio immenso di forme e di stili, che la cultura digitale ha messo alla portata di tutti, in un click.

Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino, si spinge fino ad aggettivare il passato come materia elastica. «Penso che oggi il solo modo di inventare sia trovare qualcosa che ci parla nella storia, recente o remota, e poi farlo dialogare con altro - racconta, introducendo la collezione -. Io ho tracciato un mio personale parallelo tra l’epoca vittoriana e il pop di Memphis, il primo vero movimento di design democratico globale. L’età vittoriana segna l’avvio della rivoluzione industriale, uno sconquasso simile all’avvento del pensiero digitale. Il parallelismo con l’oggi nasce da qui». Piccioli è un sognatore: dei venti neorealisti che spazzano la moda non si cura. È un autore, e mantiene saggiamente il proprio punto di vista, anche a costo di ripetersi. Immagina donne che sono pura idea: ragazze interrotte con gli anfibi e occasionalmente gli occhi bistrati, vestite di abiti accollati e immensi che rivelano il corpo nascondendolo, di cappottini ad astuccio, di lunghi abiti romantici. Come in un sogno, i codici trasmigrano: le forme pudiche e le piccole rouche vittoriane si tingono dei colori aciduli di Memphis; i disegni dai profili decisi di Nathalie du Pasquier, ripescata dal dimenticatoio con una di quelle operazioni curatoriali-progettuali che a Piccioli riescono sempre così bene perchè istintive e appassionate invece che ciniche, descrivono numerologie pop su forme delicate; numeri gotici si accumulano sulle mani, in forma di anelli, segnando la data e fissando il momento. La visione è poetica ma fuori registro abbastanza da stimolare ulteriori pensieri e assiciazioni. Il limite, se si vuole, è però proprio nella sospensione onirica, e nell’ossessione per la forma vestito. Sarebbe bello vedere questa ragazza scendere per strata in abiti da giorno, o in panni meno principeschi: in fondo gli scarponi li porta già, e le basterebbe un manto meno etereo e idealizzato per far breccia.

Ricrivere il dialogo tra la strada e l’atelier, tra l’idea e la realtà, usando un linguaggio tecnicamente sofisticato ma in apparenza crudo, e proprio per questo contemporaneo, è quanto sta facendo Demna Gvasalia da Balenciaga. Questa stagione, addirittura, si immerge negli archivi per tirarne fuori una serie di inconfondibili abiti da sera - forme architettoniche, balze, volumi drammatici - che riproduce così come sono, accessoriandoli di stivali neon e enormi sporte. Per il giorno, invece, continua l’esplorazione del potere destabilizzante del gesto, che diventa espediente sartoriale e dispositivo per squilibrare la silhouette. La movenza, tipica delle modelle anni cinquanta, di drappeggiare i cappotti come fossero mantelle è il punto di partenza per un lavoro sull’asimmetria che si traduce in abiti veri, da indossare, ma pieni di invenzione. In questo senso Gvasalia non ha eguali: il suo pragmatismo provocatorio ha riscritto i parametri dell’estetica, facendo apparire all’improvviso sorpassato tutto il resto.
Anche Phoebe Philo di Céline è pragmatica: il suo modo è concettuale, astratto, ma pieno di poesia e di comprensione profonda per il modo di essere femminile. Crea vestiti che sono oggetti del desiderio, da usare giorno per giorno perchè perfetti nelle proporzioni e nelle finiture, ma diversi, anche solo di un millimetro, da quanto si trova in giro. La collezione è un incessante fluttuare e contraddirsi di suit dai volumi generosi e abiti fragili ispirati al miglior Romeo Gigli, di frange danzanti e stampe kitsch, di vestiti sevevi e tuxedo intonsi. Tutti pezzi possibili, che il sensazionale show tranche de vie con le modelle in movimento dentro un set in movimento non fa che rendere insieme più lirico e più reale. Sposare visione e prodotto: questa è la vera sfida, oggi.

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