Moda24

Judith Wade: «Voglio quotare i miei giardini in Borsa»

natura & cultura

Judith Wade: «Voglio quotare i miei giardini in Borsa»

Judith Wade
Judith Wade

Judith Wade ha fondato Grandi Giardini Italiani nel 1997, un network di cui oggi fanno parte 123 giardini dal Rinascimento al Contemporaneo, aperti al pubblico e motore di un turismo culturale in crescita. Ma la signora Wade ha ben altri progetti, ambiziosi e, perché no, visionari. A Luxury24 racconta il suo percorso di imprenditrice, donna, straniera (è britannica), in un’Italia come sempre depositaria di patrimoni artistici straordinari e ora più attenta alla loro tutela.

Come è nata l'idea di Grandi Giardini Italiani?
Sono venuta in Italia per motivi di studio e avendo la passione dei giardini, appena avevo tempo, andavo a visitarli. Era difficile però: dovevi avere le conoscenze giuste o adattarti aperture assurde, tipo il terzo giovedì del mese. Chiunque si sarebbe scoraggiato. Poi un giorno ho ricevuto un bonus inatteso, e con quello ho deciso di fondare un'impresa per rendere parchi e giardini più accessibili, vivibili e produttivi.

Che tipo di impresa?
Ho creato un’impresa culturale, la prima in Italia. Alla Camera di Commercio non sapevano come registrarla, e l'hanno iscritta nella categoria “zoo”. Di nuovo, non mi sono arresa. Ero certa che ci fosse la domanda per un turismo dei giardini, ciò che zoppicava era l'offerta, con servizi scarsi, orari inaffidabili, personale inesperto. Serviva un modello di gestione, ed è ciò che proponevo. Da allora il mio slogan è sempre lo stesso: per ogni bene culturale, ci vogliono almeno un dipendente e un computer.

Sono risorse disponibile in Italia, oggi?
Alla Statale di Milano e alla Bocconi ci sono fior di giovani che studiano «Gestione dei beni culturali», frequentano master, si specializzano all'estero; è un dovere garantire loro un posto di lavoro e uno stipendio. Nel caso dei giardini, già dal secondo anno, con il lavoro di un solo giovane assunto, si cominciano a produrre utili.

Con quale modello?
Per esempio, sviluppando un programma di visite guidate, laboratori e altre attività culturali. Così, i turisti sono invogliati a restare nel parco, spendendo nei servizi ben oltre i 5-10 € del biglietto d'ingresso.

Funziona?
La nostra è una “fabbrica della creatività”. Nel 2016, nei 123 giardini della rete sono stati staccati 8 milioni di biglietti e sono stati organizzati 700 eventi che senz'altro hanno fatto salire il fatturato.

Offrite anche consulenza tecnica ai proprietari dei giardini?
Un grande aiuto lo dà la Fondazione Minoprio, in provincia di Como. È una vera eccellenza per l’Italia, alla quale fa capo la prima scuola superiore per giardinieri in Europa. I ragazzi studiano chimica, botanica e altre materie specifiche, e l'ultimo anno fanno pratica nei nostri giardini. La fondazione ha anche un ottimo centro di ricerca per risolvere problemi tecnici e di malattie delle piante.

Come ha creato la collezione dei Grandi Giardini Italiani?
Tutto è cominciato con il parco di Giannino Marzotto in Veneto. Ho preso l’elenco del telefono, l’ho chiamato, sono andata a trovarlo e lui ha creduto nel mio progetto. Per il resto, ho fatto sopralluoghi, sopralluoghi e sopralluoghi. E ogni new entry è stata una conquista.

Ha visitato tutti i giardini del network?
Molti di più. Ce ne sono di straordinari, ma alcuni non entrano perché c’è una fee di 3mila all’anno.

Cosa offrite agli affiliati?
I servizi e la consulenza necessari per la gestione produttiva di un giardino. Anche una casa editrice, una casa di produzione di documentari per youtube, e un ufficio che lavora tutto l'anno nella nostra sede di Cernobbio, a casa Visconti, sul Lago di Como.

Del network fanno parte anche giardini contemporanei?
Ce ne sono una decina. Alcuni sono musei a cielo aperto come il Rossini Art Site in Brianza e Arte Sella in Trentino. A dire il vero, tutti i nostri giardini sono contemporanei, a prescindere dal disegno rinascimentale o romantico. Sono luoghi vivi, e come tali attualissimi.

Secondo lei è cambiata la cultura del verde in Italia?
Tanti Comuni gestiscono parchi meravigliosi, ma sono in difficoltà, e non perché manchino soldi. Il problema è che li trattano come “spazi verdi” invece che come opere d'arte. Bisogna cambiare mentalità al riguardo. Recentemente sono stata in un giardino comunale del tardo 700, con un’altalena per bambini in mezzo. Allora ho preso una cornice e ho spiegato che alberi e piante sono stati volutamente disposte lungo gli assi prospettici per condurre lo sguardo verso la villa. Piazzandoci un’altalena, si rovina l'immagine. L’abbiamo spostata, e i presenti hanno potuto constatare la differenza. Per fortuna sono ricettivi ai nostri consigli.

Quali sono i prossimi progetti?
Il 1° aprile 2018, inauguriamo una mostra di 28 giardini europei alla Reggia di Venaria, fuori Torino. Sarà la più grande Expo di giardini del mondo. E per il futuro ho un altro progetto, molto ambizioso: vorrei quotare i Grandi Giardini Italiani in borsa, e sarebbe la prima volta per un'impresa di giardini. Però sicura che al mondo ci sono tante altre “Signore Wade” che volentieri sottoscriverebbero titoli per l'arte e la cultura. Ma prima devo raggiungere il fatturato richiesto. Non cerco però sponsor né filantropi, basterebbero uno o due imprenditori illuminati che capiscano l’urgenza e l’orgoglio di portare alla borsa di Londra o di New York il meglio dell’Italia. Concludo citando Gardini: «Compriamo il futuro con il nostro passato».

© Riproduzione riservata