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Dior svolta sulla natura selvaggia

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Dior svolta sulla natura selvaggia

Il viaggio inizia a Santa Monica, in riva al mare. Un’ora dopo, costeggiato l’oceano fino a Malibù per poi inerpicarsi sulle colline mentre il paesaggio inaridisce, si arriva a destinazione, poco fuori dalla città: la riserva di Las Virgenes, un pianoro arso e scosceso all’ingresso del quale lettere conficcate nella terra scandiscono a caratteri cubitali, come altrove la scritta Hollywood, lo slogan della serata, Dior Sauvage.

Continua il tour mondiale delle precollezioni presentate con sensazionali show che sono macchine di comunicazione nelle quali la moda è quasi accessorio, da tanto che il resto attira e soddisfa l’occhio. Adesso tocca alla storica maison francese, che conquista Los Angeles con una produzione faraonica degna di un kolossal dell’âge d’or del cinema: grandi tende issate su pali di legno, tra il sioux e il nomade, scandiscono lo spazio, alternate a casupole compatte dal sapore messicano. Palloni aerostatici incombono sull’orizzonte, mentre tamburi frenetici segnano il ritmo dello show. I paragoni hollywoodiani, peró, si fermano qui.

L’ostentazione di mezzi è evidente, ma l’intento del direttore artistico Maria Grazia Chiuri, arrivata al timone appena dieci mesi fa ma già fautrice di una evidente rivitalizzazione tradottassi in un +19% di fatturato nei primi tre mesi dell’anno nei negozi monomarca, è di natura ben diversa. «Penso che ci debba essere sempre un legame forte tra la collezione che si presenta e dove la si presenta - racconta -. Questa stagione cercavo un luogo nel quale ritrovare un forte contatto con la natura, e Los Angeles mi è sembrata perfetta, perchè gli spazi sono enormi e selvaggi. Questa non è solo la città del cinema, delle celebrity e dei red carpet».

Fedele quel tanto che basta all’eredità di Monsieur Dior, del quale tralascia le grandeur in favore di un composto decorativismo, Maria Grazia Chiuri è intenzionata a imprimere una forte impronta femminile - e femminista - al suo Dior, allontanandolo dalla freddezza idealizzata come dalla teatralità istrionica dei recenti predecessori. Il femminismo è forse più dichiarazione programmatica, o slogan sulla t-shirt, che altro, ma lo slittamento di prospettiva è significativo. Il viaggio mentale, questa stagione, è particolarmente accidentato - un po’ come la strada percorsa per arrivare alla riserva.

Si parte addirittura dai graffiti primitivi scoperti negli anni quaranta nelle grotte di Lascaux per passare alla riflessione sullo sciamanesimo femminile di Vicky Noble e finire nel guardaroba di Giorgia O’Keeffe, la pittrice america che si ritiró in New Mexico vestendo abiti di una semplicità potente, in mostra attualmente al Brooklyn Museum di New York. Stimoli potenzialmente disparati, la cui sintesi peró riesce - anche gli echi di Ralph Lauren non disturbano. La selvaggia paventata dallo slogan d’apertura, non certo un trionfo di correttezza politica, non è, come si poteva temere, una pocahontas di Avenue Montaigne, o una donna delle caverne, ma, a sorpresa, una figura morbidamente severa eppure sensuale, che, con il foulard legato sotto il cappello maschile, le lunghe gonne e i cappotti dall’appiombo ieratico che brulicano jacquard primitivisti ricorda proprio Giorgia O’Keeffe.

La prova ha eleganza, gravitas e dignità. «Noi designer diamo un punto di vista ma poi le donne interpretano sempre a modo proprio - conclude Chiuri, adesso davvero femminista -. Oggi il dialogo con le clienti è diverso, perchè diverso è il loro modo di vivere e consumare. Imporre una visione univoca sarebbe anacronistico».

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