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L’ospitalità «sociale» dell’hotel La Perla in Alta…

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L’ospitalità «sociale» dell’hotel La Perla in Alta Badia

Michil Costa chiama «casa» La Perla , l'albergo di famiglia a Corvara, in Alta Badia, sulle Dolomiti. E tale vuole essere per ospitalità e atmosfera. Ed è stato sempre così, fin da quando i suoi genitori Annì ed Ernesto iniziarono l'attività nel 1957 affittando sei camere, poi con La Perla, la locanda Ladinia di fronte, e l'apres ski L'Murin, dove non si riesce a entrare tanta è la gente di sera. E non si è mai persa la dimensione famigliare, non solo perché i fratelli Michil, Mathias e Maximilian e le loro famiglie lavorano e vivono in hotel, ma perché ci vivono anche i collaboratori, come se fosse appunto una grande famiglia. E Mihil, visionario lungimirante, ha impostato il lavoro, l'economia e l'ospitalità ispirandosi a Gandhi, Latouche e Brunello Cucinelli.

Ci spiega il vostro modello di ospitalità?
La nostra missione è creare benessere consapevolmente dando valore alla persona. Con il termine “consapevolezza”, intendiamo sottolineare che non siamo servili con l'ospite, ma seguiamo una nostra filosofia.

Un esempio
Il venerdì non c'è carne sul buffet, d'inverno non ci sono i frutti di bosco e d'estate non facciamo lo strudel di mele. Inoltre non c'è il frigo bar nelle stanze e non abbiamo una spa da 5.000 mq. Forse la forza di questa casa sta nelle cose che mancano. In compenso puntiamo sulle relazioni umane, dando valore al benessere dei nostri 115 collaboratori, e stabilendo un rapporto chiaro con gli ospiti.

Che tipo di chiarezza?
So cosa “non” dobbiamo fare. Per esempio, evitare lo stile villaggio, che non crea occasioni di incontro con la realtà e la gente del posto, e segrega i turisti. Sa quante volte ho sentito di persone che sono state a Cancun, senza mai uscire dal resort? Avrebbero potuto essere ovunque.

Voi invece come fate?
Invitiamo gli ospiti a uscire, a frequentare i ristoranti della zona. Non sono loro i miei concorrenti, bensì le vacanze stile “Sharm El Sheikh” e ancor più Netflix. Noi puntiamo sulle persone, seguendo i nostri valori.

Quali sono?
Giustizia sociale; dignità dell'uomo; solidarietà; ecologia sostenibile; trasparenza; democrazia. Sono i parametri del bilancio del bene comune, un modello economico che traspone sul mercato le virtù delle relazioni e della cooperazione tra persone.

Può fare un esempio pratico?
Una grande innovazione introdotta negli ultimi mesi è la gestione equa e trasparente delle mance. Quando abbiamo capito che si trattava di importi elevati, e che c'era molta disparità nella distribuzione, abbiamo messo delle regole. Ora tutti sanno a quanto ammontano, e con quale criterio sono divise.

Come è stata accolta l'iniziativa?
Qualcuno se n'è andato con nostro dispiacere, ma la missione è più importante della singola persona. Lo chef per esempio se n'è andato due anni fa perché non rispettava la dignità dell'uomo, altro valore imprescindibile. Chi l'ha detto che gli chef devono trattare male la brigata? Non è accettabile.

Lei è anche general manager dell'hotel?
Non c'è un gm, abbiamo un organigramma circolare con 12 manager, ciascuno responsabile di un settore. Insieme affrontiamo decisioni, investimenti, bilanci, debiti. Tutti in azienda conoscono il bilancio e sanno che né io né i miei fratelli, prendiamo dividendi. Abbiamo un buono stipendio.

A chi si ispira?
I nostri genitori ci hanno trasmesso i valori fondamentali. Poi alcune scelte aziendali sono emerse nel tempo, dalla mia filosofia buddista, dalle letture di Mahatma Gandhi, ma anche di economisti come Joseph Stiglitz e Serge Latouche, da esempi di imprenditori virtuosi, come Olivetti e Cucinelli. Non ci crederà, ma i più restii sono i nostri collaboratori, abituati a rapporti di lavoro diversi. Noi ci teniamo che si sentano parte della famiglia, che usino la piscina, mangino nelle stube, che frequentino l'hotel anche per piacere.

Come funziona?
A orari stabiliti e con prezzi speciali. Per esempio hanno sconti sui trattamenti spa, il cui ricavato è devoluto alla Fondazione.

Ci parli della Fondazione
L'abbiamo creata perché non ho trovato una onlus affidabile. Attualmente abbiamo diversi progetti, per gli esuli del Tibet, per le donne in Afghanistan, in Uganda e altri paesi per un totale di 720 mila € dal 2007 che abbiamo raccolto da ospiti, amici, colleghi.

Ci fa un esempio di una sua idea realizzata?
Lo scorso aprile abbiamo ampliato l'attività, prendendo in gestione l'hotel Posta Marcucci a Bagno Vignoni, in Toscana.

E un'idea che non è andata in porto?
Che i singoli reparti decidessero il proprio stipendio, mettendosi d'accordo tra loro e con il responsabile.

Cosa manca per attuarla?
Forse è prematura. Per ogni cosa si deve aspettare il momento giusto. Un giorno, qualche anno fa, sono entrato in cucina e ho detto: da oggi si usano solo ingredienti biologici o biodinamici! Non basta dirlo, bisogna che lo chef ne capisca e condivida le ragioni. Come diceva Rudolf Steiner, ogni azione dovrebbe essere pervasa di dolcezza. Se si è delicati, e si compie il percorso insieme, è tutto più semplice.

In famiglia, chi si occupa di cosa?
Io mi occupo delle idee, mia moglie Giovanna della comunicazione e delle relazioni umane, mio fratello Matias della struttura e del locale apres ski, mentre sua moglie tiene parte della contabilità. Ma la nostra famiglia comprende anche i collaboratori che vivono con noi, come Neku, un ragazzo nigeriano che ha iniziato come facchino e ora si occupa dei vini, o Astrid, affetta da sindrome di Down, che prima aiutava a curare i fiori, poi è passata a servire in sala, e ora ha un posto fisso in un ristorante della valle.

Chi prende le decisioni?
Le decisioni spettano ai 12 manager, e non è sempre facile. Per esempio, a un certo punto volevo eliminare dai fornitori le multinazionali. Però il manager del Food & Beverage mi ha convinto che non si può togliere la Coca Cola. Siamo arrivati a un compromesso, alla Perla c'è, al Ladinia no. In compenso non abbiamo prodotti della Nestlè. Preferiamo piccoli produttori artigianali, come la Torrefazione Jamaica per il caffè, ed evitiamo astici, aragoste e ostriche nel menu.

Usate ingredienti locali?
La trasparenza è uno dei nostri valori dichiarati. Dire che usiamo solo prodotti del territorio non è vero, e non sarebbe possibile. Non si può essere integralisti, si possono fare proposte. La nostra è far conoscere le cose buone italiane.

Gli ospiti apprezzano?
Ognuno ha l'ospite che si merita. Noi osiamo molto. Quando arrivano proponiamo di lasciarci le chiavi dell'auto e di non usarla mai. Se accettano, la impacchettiamo con un nastro verde, e a fine soggiorno regaliamo loro una bottiglia di Sassicaia.

Quanti lo fanno?
Non tanti, più stranieri che italiani.

Prossimo passo la chiusura dei passi delle Dolomiti alle auto?
Il mio sogno è chiuderli dalle 9 alle 15, in estate. Si immagina che belle le montagne patrimonio dell'Umanità senza una macchina?

È un'utopia o un progetto possibile?
Qualche occasione c'è già, per la Maratona delle Dolomiti e per il Sellaronda Bike Day in primavera e autunno: l'anno scorso sono arrivati 25mila ciclisti. Quest'anno per la prima volta sospendono il traffico automobilistico anche il 18 giugno per il Dolomites Bike Day e il Passo Sella per 10 giorni non consecutivi. Non tutti condividono la mia visione, però, di nuovo, dipende dal tipo di ospite che si vuole. Chi aspira a motociclisti, appassionati di fuoristrada o Porsche, non la può pensare come me che preferisco i ciclisti. Non sono l'unico, per fortuna.
Mentre parliamo di sogni, arriva lo chef Nicola Laera. «Sa – dice Michil –? Non alza mai la voce, i ragazzi lo adorano». E, rivolgendosi a lui: «Anche quest'anno sei in nomination, vero? A fine stagione assegniamo gli Oscar allo staff: il più solare, il più professionale, la “perla delle perle”, titolo al quale è candidato Nicola, insieme a Nicolò, responsabile del Ladinia, e Stefano, che si occupa dello stile della casa».

Cosa si vince?
Soggiorni in posti belli, per esempio al Pellicano di Porto Ercole.

Ultima domanda: è cambiato molto il turismo sulle Dolomiti?
Vacanza, dal latino “vacare”, significa lasciare vuoto. Oggi si fa tutto il contrario: ci riempiamo di attività e di cose. Qui auspichiamo un ritorno alla semplicità: star bene con gli ospiti, bere un whisky insieme, cenare il giovedì in cucina con mio padre che a 85 anni canta e suona il violino, sempre con un entusiasmo pazzesco.

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