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Moda maschile, Europa e Usa trascinano l’export

pitti uomo 92

Moda maschile, Europa e Usa trascinano l’export

Sono puntati su Stati Uniti e Russia gli occhi degli imprenditori della moda maschile riuniti a Pitti Uomo 92. Che guardano lontano, indipendentemente dai fattori ancora in gioco – dalle condizioni della Brexit all’esito delle elezioni in Germania ed, eventualmente, in Italia, fino alla politica economica di Trump – che potrebbero condizionare il mercato. Lo fanno forti di una sicurezza: l’Europa, per molti core market in via di rafforzamento, con Spagna, Germania e Paesi Scandinavi a fare da locomotiva negli acquisti di moda.

«Se non avessimo avuto una strategia di sviluppo internazionale avremmo già chiuso l’azienda», dice Andrea Lardini, presidente e ad dell’azienda di famiglia. La Lardini – 73 milioni di ricavi, di cui il 70% circa generati oltre confine, che verranno riconfermati a fine 2017 - produce capispalla di lusso ed è una presenza storica nel Padiglione Centrale della Fortezza da Basso: «Stiamo investendo negli Usa, andandoci in prima persona e con il nostro prodotto che è un mix tra ricerca, innovazione ed Heritage. Ottime risposte ci stanno arrivando anche dalla Russia, che si sta riprendendo, e dalla Spagna, dove apriremo all’interno dei Corte Inglés».

Anche Bally, brand svizzero che fa capo (fino a nuovo ordine) a Jab Holding, quest’anno ha scelto Firenze per presentare la propria capsule di sneaker retrò per la P-E 2018 a una clientela internazionale: «A livello globale, la Cina resta uno dei nostri mercati di riferimento – dice il ceo Frederic de Narp –, ma gli Usa stanno andando bene: la piattaforma e-commerce, che gestiamo direttamente e lavora in sinergia con le nostre 16 boutique monomarca, sta avendo ottimi riscontri. Negli Stati Uniti vendiamo molte sneakers, per esempio». Positive anche le performance della Russia: «È storicamente un nostro cliente di rilievo: era mancato negli ultimi due anni, ma ora sta tornando», chiosa de Narp.

Gli Usa sono nel mirino anche delle realtà più piccole come Entre Amis, brand di pantaloni sartoriali made in Campania che fa capo a C.A Group di Nola. Il marchio è nato nel 2010 e chiuderà il 2017 con 8,5 milioni di ricavi contro i 7,5 milioni del 2016. Merito anche dei mercati esteri: «Realizziamo un 25-30% dei ricavi oltre confine- spiega Antonio Casillo, socio proprietario di C.A Group– con il Giappone come primo cliente. Oggi guardiamo all’Europa e agli Stati Uniti: il retail americano è in difficoltà, noi punteremo all’omnichannel».

A settembre dovrebbe arrivare l’intesa tra Replay, che nel 2016 ha centrato l’obiettivo del ritorno all’ebitda positivo con ricavi per 227 milioni di euro, e un partner statunitense per lo sviluppo di wholesale ed e-commerce: «Dopo la riorganizzazione del wholesale e del retail e il rinnovamento del prodotto stiamo crescendo su tutti i mercati – spiega Matteo Sinigaglia, presidente e ad della trevigiana Fashion Box cui fa capo il brand Replay (la famiglia Sinigaglia detiene il 70%, il 30% è del gruppo Belle International quotato a Hong Kong) –. Quest’anno la previsione è +10%: arriveremo a 250 milioni col ritorno all’utile». L’Europa resta il mercato storico di Replay, che esporta l’80% e rafforzerà la propria presenza anche sul mercato sudamericano, con l’apertura del secondo monomarca a San Paolo, in Brasile, prevista a luglio.

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