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Il «jap» Emporio Armani Da Marni esordio poetico

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Il «jap» Emporio Armani Da Marni esordio poetico

Il movimento è in atto da tempo, ma adesso è conclamato: l’orizzonte di senso dell’estetica si è spostato dall’empireo patinato delle fantasie impossibili alla dura realtà metropolitana. L’aspirazione massima non è, al momento, apparir ricchi e invidiabili, ma, al contrario, mal in arnese e miserandi, oppure duri e reietti. Niente paura: sempre di fiction si tratta. Il passaggio di consegne è un dato assodato nella moda femminile, nonché nelle frange estreme, e per questo direzionali, di quella maschile. Adesso si adatta anche Milano Moda Uomo, al via da ieri per tre soli, serrati giorni.

Il formalismo classicista ed estremista è a questo punto evaporato, almeno in passerella. Impera lo sportswear. Apre Giorgio Armani, con Emporio Armani, sempre più linea spregiudicata e giovane nello spirito, non nel target di età, anche se le strizzate d’occhio ai Millennials sono molte, e decise. Questa stagione King Giorgio non rilascia dichiarazioni e non fornisce spiegazioni: lo show va giudicato e letto con strumenti autonomi, ciascuno come preferisce. Presa di posizione democratica e stimolante, in un’epoca che invece sembra avere un bisogno disperato di etichette per evitare di mettersi troppo a pensare. La collezione si intitola “Dialogando con il Giappone d’un tempo” ed è esattamente questo: un crash di pantaloni da samurai e sete sontuose di sapore jap, e forme scattanti da giungla d’asfalto. I look, come tipico del vestire metropolitano, sono un brulicare di sovrapposizioni, perfette come esagerazioni da passerella, ma forse un po’ forzate. Anche Andreas Melbostad, da Diesel Black Gold, gioca con volumi estremi e sovrapposizioni tattiche: un megamix che lui stesso definisce techno grunge. I parka e i giobbotti sono ampi e protettivi: la pelle esterna di corazze fatte di bermuda, leggings da corsa e t-shirt di acetato. Questa è la prima sfilata co-ed, ovvero maschile-femminile, per la linea ammiraglia di casa Diesel, ma il look non è unisex. Nella parte donna dello show, fluida e spontanea, è il grunge puro a imperare, come voleva il Kurt Cobain di Come as you are.

Svagatezza e automatismi surreali caratterrizzano l’uomo di Marni, poetico e maledetto, ma dall’animo perbene. Francesco Risso, il direttore creativo arrivato lo scorso autunno, trova il proprio equilibrio dentro i codici della casa. È un equilibrio personalistico: gli orli pendenti e le associazioni balzane di capi formali in taglie scelte a casaccio ricordano proprio il suo singolare modo di vestire. Il messaggio ne guadagna: appare autentico, anche se a tratti manierista. Soprattutto, l’uomo Marni, ancora, sempre e testardamente fanciullino, guadagna una inattesa sensualità, che lo rende vero e tridimensionale.

Da Versace, le sete stampate si associano ai gessati, e questi sono indossati con le scarpe da ginnastica, in una iterazione anarchica dei codici della maison che colloca con risolutezza il Versacismo nel presente. La vera regola, oggi, è non aver regole, e Donatella Versace lo sa bene.

Il nuovo realismo metropolitano raggiunge anche i lidi sartoriali, non più conservatori. Da Corneliani si uniscono formalità e performance, senza rinunciare all’aplomb, mentre da Canali la ricerca sui tessuti naturali e ingualcibili si traduce in un guardaroba impeccabile di capi senza tempo fatti di lane impalpabili che performano meglio del miglior tessuto tecnico.

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