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L’alta moda di Parigi fra velocità e tradizione

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L’alta moda di Parigi fra velocità e tradizione

Confusa e confondente: la quattro giorni della haute couture parigina, terminata mercoledì, non può riassumersi in altro modo. L’intero fashion system sta attraversando un momento turbolento, e il microcosmo di quella che un tempo era l’espressione più esclusiva ed elitarista del far vestiti riflette la situazione. Dai volant scultorei e l’allure decisamente algida di Proenza Schouler alla precisione ingegneristica di Azzedine Alaïa, couturier capace di ridisegnare e glorificare il corpo a colpi di tagli e di pieghe, in passerella si è visto di tutto: dal prêt-à-porter alla couture, dalle collezioni invernali a quelle estive, dal tradizionalismo testardo alla sperimentazione. Varietà e frammentazione, del resto, sono leggi del contemporaneo.

Certo, con le espansioni del calendario, che adesso include sfilate di precollezioni, spesso non si capisce bene dove ci si trovi. All’uscita del primo look in passerella, storditi dall’insolita calura, più di una volta gli spettatori si sono domandati: Che stagione è? Domande vane: oggi tutto si confonde nel calderone della comunicazione ad ogni costo. Il mercato è globale e la metereologia non è più una certezza. Il confronto tra moda pronta e couture permane, certo. Da un lato è l’industria, dall’altro l’artigianalità del su misura. Gli americani arrivati in città, Proenza Schouler e Rodarte, hanno accolto l’invito parigino come uno stimolo a far meglio. Hanno forse peccato di ingenuità, pensando che piume e volant (Proenza Schouler) o romanticismo sognante (Rodarte) potessero essere l’equivalente cool e contemporaneo dell’alta moda, ma se non altro va apprezzato l’impegno.

Certo, il paragone tra vestine eteree fatte in serie e la tecnica sopraffina di Alaïa è iniquo. La rilevanza di questa fashion week ruota intorno a quello che può essere il ruolo e il significato dell’alta moda, arte della lentezza e di un preziosismo che si rivela solo a capo indossato, oggi che bisogna esibire tutto, a tutti i costi. Questa stagione il fronte si è diviso in due: tra i tradizionalisti che promuovono una immagine, aggiornata, da signora perbene, e quanti usano la couture con rispetto dell’arte e verve contemporanea.

Leader dei tradizionalisti sognatori è, a sorpresa, Giorgio Armani, che immagina damine misteriose e velate, e poi Karl Lagerfeld, che da Chanel omaggia gli anni 30. Scardina con poesia e levità, invece, Pierpaolo Piccioli di Valentino, vero trionfatore della stagione. La sua idea di giorno artisticamente scoordinato è vincente per poesia e modernità. Troppo simile al prêt-à-porter? Forse. È però come le cose son fatte a far la differenza. La couture vince sempre in sottigliezza.

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