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L’ad Ferraris: «Così ho portato Roberto Cavalli al turn…

intervista

L’ad Ferraris: «Così ho portato Roberto Cavalli al turn around»

Gian Giacomo Ferraris
Gian Giacomo Ferraris

«Se non avessi creduto nella forza del brand e dell’azienda e nella possibilità di un rilancio in tempi relativamente brevi, i numeri che ho trovato un anno fa avrebbero potuto farmi desistere. Il lavoro di questi dodici mesi ha dato i suoi frutti, dimostrando non solo che la crisi di Roberto Cavalli era temporanea e reversibile, ma che ci sono ampi margini di sviluppo, soprattutto all’estero e in Asia in particolare».

Ottimismo della ragione: espressione forse un po’ abusata, perfetta però per descrivere l’atteggiamendo di Gian Giacomo Ferraris, ceo della maison Roberto Cavalli dalla fine di luglio 2016, pronto a fare un bilancio del primo anno alla guida dell’azienda. Nel 2015 e 2016 il fatturato era calato a due cifre, arrivando a 155 milioni di euro. «Un numero al quale ancora oggi mi è difficile credere: da esterno e a maggior ragione dopo aver girato il mondo per incontrare buyer, retailer e partner storici e potenziali, è un livello di ricavi che non riflette la notorietà del brand – spiega Ferraris –. La priorità assoluta, quando mi sono insediato, era invertire il trend negativo delle vendite, unico modo, è proprio il caso di usare queste parole, per mettere in sicurezza il brand».

Nel primo semestre i ricavi diretti, legati cioè ai negozi monomarca e alla distribuzione wholesale, sono saliti del 4,9% e Ferraris ritiene che la crescita si consoliderà ulteriormente da qui alla fine del 2017. «Posso spingermi anche oltre, in realtà: come sappiamo, nella moda è tutto anticipato, accelerato. Il 22 settembre porteremo in passerella, durante Milano moda donna, la prima collezione del nuovo corso, firmata da Paul Surridge, quella della primavera-estate 2018. Ma l’80% delle vendite, come per la maggior parte delle maison, è già stata fatta in showroom e ci ha dato ulteriori motivi di ottimismo».

Il fatturato del primo semestre è cresciuto perché Ferraris ha reimpostato rapidamente l’ufficio stile, chiedendo una maggior focalizzazione sugli accessori, sul pret-à-porter donna e sulle collezioni uomo. «Roberto Cavalli è un marchio nato con l’abbigliamento, ma le vendite degli ultimi anni si erano pericolosamente sbilanciate nel segmento sera da donna – sottolinea il ceo –. Appena siamo stati in grado di produrre e distribuire le nuove collezioni di borse, calzature e linee da giorno femminili e da uomo per tutte le occasioni, il sell-out è ripartito». Ad aiutare l’ebitda, altra zavorra del bilancio all’arrivo di Ferraris, è stata inoltre la maggior attenzione alle licenze, in cui Roberto Cavalli è stato pioniere, dagli occhiali ai profumi alla casa. «Il margine è ancora negativo, ma rispetto al dato del 2016 c’è già stato un miglioramento del 70 per cento. Prevediamo di andare a break even con l’ebitda a metà del 2018, anche grazie a due altri filoni di sviluppo: le linee bambino e la parte lifestyle».

Ferraris ha appena concluso l’accordo con la Damac, uno dei principali real estate developer del Medio Oriente, per firmare gli interni di alcune residenze di un lussuoso complesso di Dubai, battezzate Just Cavalli Villas. «Il marchio è molto conosciuto nell’area e il progetto con Damac è solo l’inizio, ma guardiamo anche all’Asia, che negli ultimi anni era stata di fatto dimenticata – aggiunge il ceo –. In ottobre apriremo una boutique a Pechino, alla quale seguiranno, entro i prossimi sei mesi, Chengdu e Harbin, altre due megalopoli cinesi, e a Macau».

Il made in Italy, benché ovviamente incida sui costi, non è mai stato in discussione: «Quello che non produciamo direttamente è affidato ad aziende italiane e in particolare toscane di altissimo livello – conclude Ferraris –. Vale per l’abbigliamento e gli accessori e la pelletteria, visto tra l’altro il know how che circonda la nostra sede di Firenze. Senza autentica italianità non avrei potuto concepire il rilancio di Roberto Cavalli».

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