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In passerella a Milano i grafismi di Fendi e i tailleur di organza di Max Mara

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In passerella a Milano i grafismi di Fendi e i tailleur di organza di Max Mara

A  sinistra abito Fendi (Afp) e a destra di Max Mara (Ansa)
A sinistra abito Fendi (Afp) e a destra di Max Mara (Ansa)

Inutile ignorare, guardar dall’alto o girarci intorno: per quanto frivola e volatile, o forse proprio perché superficiale e passeggera, la moda riflette in minuzioso dettaglio il momento storico. A volte addirittura anticipa quel che accadrà, perché l’estetico, che riguarda la persona e il suo rapporto con la comunità, è in qualche modo sempre politico.

I tempi che stiamo vivendo appaiono alquanto divisivi e oppositivi, dominati da forze inconciliabili che si scontrano invece di amalgamarsi. Divisiva è anche la moda vista in passerella in questi giorno a Milano, come già a Londra e New York. La diatriba cui si assiste adesso è a conti fatti la più classica, vecchia come il mondo: lo scontro tra conservativismo borghese e urgenza ribelle. Su questi equilibri instabili si basa in effetti il progresso stesso dell’estetica. A voler parlare di tendenze, sempre che le stesse abbiano senso nel calderone onnicomprensivo dello stile contemporaneo, dopo alcune stagioni di ruvido neorealismo stiamo assistendo ad un deciso revival di perbenismo. La figura di riferimento è una giovin signora vestita e accessoriata di tutto punto - un po’ come avrebbe fatto la mamma, se non la nonna, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta - con la vita segnata, i tacchi alti, le gonne ampie e non un capello fuori posto.

Da Fendi, dove una certa compostezza grafica è sempre stata di casa, contraddetta e potenziata da un gioioso sperimentalismo della materia - il motto della casa è chiaro: niente è impossibile - che a suo modo è una forma di ribellione, la lady del momento è vorticante come un quadro futurista e spensierata come una scena caraibica.

Karl Lagerfeld, il cui amore per le avanguardie storiche è noto e ben documentato, opta per una inaudita congiunzione di grafismi potenti, linee scolpite e esprit vacanziero. Lavora di tagli, piegature, costruzioni architettoniche e trasparenze, e il risultato è incisivo. Certo, la proposta - abiti a princesse di denim, piccoli cappotti, abitini impalpabili, pellicce intarsiate - è alquanto difficile: forte all’impatto visivo, ma di non semplice uso. Però ogni singolo look è accompagnato da una borsa, ciascuna così composita, neobarocca, rutilante e quindi desiderabile da render chiaro quale è il vero, profittevole business.

Lucio Vanotti, razionalista inquieto nonchè protagonista di spicco del ricambio generazionale italiano, parte anche lui da una immagine di appropriatezza ladylike da atelier anni Cinquanta, ma stravolge l’apparente perbenismo a colpi di asimmetrie, legature, torsioni. Disegna pezzi di una purezza assoluta ma pieni di vita, dimostrando che la creatività italiana è viva e produttiva, soprattutto quando non urla per ricevere tutte le attenzioni.

Da Max Mara la purezza dei tagli è da sempre sinonimo di pragmatismo: questo è un marchio che veste le donne vere con vestiti veri, non fantasie da passerella.

Certo, non mancano nemmeno quelle: tailleur di organza e trasparenze assortite che difficilmente finiranno nei negozi. I pezzi migliori, non a caso, sono i più classici: spolverini e pantaloni dall’aplomb irreprensibile.

Se non è perbenismo è glamour: qualità da tempo assente, tornata improvvisamente di grande attualità. Glamour della decorazione multietnica, come da Les Copains, o scintillio di cristalli su abiti di spugna e chemisier da party in piscina, come da Emilio Pucci. In un caso o nell’altro, moda come gioia, che fa sempre bene.

E il fronte del realismo, che mai come oggi ha la parvenza della ribellione antiborghese? È sparuto, ma convinto. Erika Cavallini, autrice relativamente giovane dalla voce sicura, fluidifica e decostruisce, mandando in passerella un sorprendente plotone di donne vere di ogni età che sono la perfetta, ruvida antitesi di ogni bambolismo patinato. Fausto Puglisi, in fine, azzera e riparte, passando dall’orgia dionisiaca ad una purezza scabra e virginale che è un pugno nello stomaco, e una promessa elettrizzante.

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