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Retail, il 2017 è l’anno della ripresa di aperture di negozi

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Retail, il 2017 è l’anno della ripresa di aperture di negozi

Il flagshipstore Paul&Shark di via Monte Napoleone a Milano, completamente ristrutturato
Il flagshipstore Paul&Shark di via Monte Napoleone a Milano, completamente ristrutturato

Editoria e informazione cartacea e retail, i negozi fisici, sono quasi certamente i due settori sui quali lo sviluppo di internet ha avuto gli effetti maggiori. Era il 1999 quando Jeff Bezos, fondatore di Amazon, conquistò la sua prima cover del magazine Time, che lo scelse come Person of the year titolando “E-commerce is changing the way the world shops”. Il cambiamento non è stato veloce come Time annunciava e Bezos si augurava, ma sicuramente è arrivato e oggi, 18 anni dopo quella copertina, il modo in cui si compra è a tutti gli effetti diverso, in ogni angolo del mondo e per qualsiasi prodotto.

Forse però siamo a un punto di svolta: il retail è cambiato, ma non è morto, anzi. Lo stesso dicasi, per inciso, della carta, benché un altro autorevole settimanale, l’Economist, nel 2006, titolasse in copertina “Who killed the newspaper?”. Non è un caso se proprio Jeff Bezos, nel 2013, si è comprato per 250 milioni di dollari il Washington Post, il più importante quotidiano americano insieme al New York Times, potenziandone l’edizione di carta accanto, certo, alla parte digitale. Proprio il fondatore di Amazon diventato editore di giornali, nel giugno scorso, è stato l’ospite speciale di un convegno a Torino sul futuro dell’informazione cartacea di qualità.

Lo spazio M Collective di piazza Fontana a Milano

Non tutte le rivoluzioni vengono per nuocere, si potrebbe dire: tornando al retail della moda e del lusso, due dati fanno ben sperare. Il primo sono i costi degli affitti per metro quadro nelle strade dello shopping, che non accennano a diminuire (si veda anche Il Sole 24 Ore del 25 settembre), seguendo l’antichissima e mai smentita leggere della domanda e offerta.

Il secondo è il Retail Monitor di Exane-Bnp Paribas. Nel 2016, per la prima volta da molti anni, le chiusure di negozi del lusso avevano superato le aperture. Ma nel secondo trimestre del 2017, stando sempre al Retail Monitor, il saldo è tornato positivo per il lusso, con 39 aperture nette. Si può dire che sotto la pressione dell’e-commerce, i negozi monomarca e multimarca, i department store e ogni altra forma di retail fisico hanno reagito puntando su tutto quello che il digitale, per ora, non può offrire: autentico contatto umano, esperienze visive, tattili, sonore e persino olfattive e personalizzazione. È finito il trend dei negozi tutti uguali in ogni strada dello shopping del mondo: pionieri in questo, in Italia, sono stati Dolce&Gabbana, tra i primi, ad esempio, a scegliere architetti diversi a seconda della città o Paese da “conquistare”.

Il negozio Adidas di corso Vittorio Emanuele, Milano

Finita inoltre l’epoca della ristrutturazione drastica degli spazi ogni tre, massimo quattro anni. Prada e Miu Miu, ma anche Benetton, per citare un marchio con posizionamento diverso, hanno introdotto elementi modulari, che permettono di rifare il look a un negozio senza doverlo chiudere e rifare completamente. I multimarca sopravvissuti alla rivoluzione di internet hanno imparato a essere anche e-tailer ( la case history di maggior successo è LuisaviaRoma di Firenze) e, nel negozio fisico, a puntare su servizi sempre più personalizzati. Poi c’è la multicanalità. Che a ben guardare è però solo un fatto tecnico, non una vera innovazione: tutti si aspettano, ormai, di poter ordinare online e ritirare o rendere in negozio oppure di ordinare in negozio da un pc interno direttamente dall’e-shop del brand se il prodotto che si cerca non è disponibile in quel momento.Le sorprese sono e devono essere altre. Finché saremo fatti di molecole e a tomi e non potremo smaterializzarci né teletrasportarci né comunicare telepaticamente, niente potrà eguagliare una shopping experience fisica. O, ci sia concesso, il piacere di sfogliare un libro o un giornale di carta.

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