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In passerella il cambio di prospettiva di Valentino e i quadri optical di…

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In passerella il cambio di prospettiva di Valentino e i quadri optical di Hermès

Tempi confusi, collezioni confuse. Le sfilate che si stanno vedendo in questi giorni a Parigi sono cariche di spunti ma in generale carenti in quanto a spirito di sintesi. I temi si sovrappongono senza reale coesione se non l’urgenza di mostrare quanto più prodotto è possibile. Il risultato è caotico, esattamente come il mondo per nulla idealizzato fuori dalle passerelle.

Cambio di prospettiva è il mantra di Pierpaolo Piccioli, che da Valentino punta, simbolicamente, sulla luna, per trovare un nuovo punto di vista. Cita Neil Armstrong e l’Orlando furioso, come a dire che l’urgenza di veder le cose diversamente, volando alto, è universale. Universale è anche l’offerta in passerella: spazia dallo sportswear ripensato alla seduzione con i volants, dalle pailletes frivole ai giubbotti di pvc trasparente modellati come corazze. Il disegno, espresso, è di rendere «straordinario l’ordinario».

Di Piccioli colpisce e travolge l’entusiasmo autentico, privo del cinismo che altrove – vedi Balenciaga e l’appropriazione del brutto deliberato – sta corrodendo il sistema. È proprio l’entusiasmo che questa volta lo spinge a fare forse un po’ troppo, confondendo le idee e tralasciando di esplorare a fondo temi azzeccati come quello del Valentino glamourous, a lungo dimenticato.

È fuori fuoco e senza un ben chiaro punto di vista il debutto di Clare Waight Keller da Givenchy, ma bisogna darle il tempo di acclimatarsi nella maison che Riccardo Tisci ha plasmato a propria immagine e somiglianza. Anche da Hermès le idee messe in gioco, dai quadri optical alle stampe “vegetali”, dalle silhouette sottili e grafiche a quelle tattili e voluminose, sono parecchie. Il direttore artistico Nadege Vanhee-Cybulski non sembra ancora aver trovato la propria chiave di lettura del marchio, per cui testa parecchie vie, alcune felici, come il tailoring e i camicioni, altre meno, come i pantaloni/gonna a pannelli sfalsati. Un editing serrato di certo la aiuterà.

Phoebe Philo, invece, maneggia il caos con un pragmatismo tutto e solo femminile, che è poi il motivo vero del successo di Céline presso il pubblico delle donne più evolute. A questo giro l’esperimento di scomposizione e ricomposizione del classici, con i trench che si avvolgono su se stessi e le giacche che vengono fatte a fette, è particolarmente riuscito, perché tradotto in un atteggiamento nonchalant che è liberatorio e possibile. La donna di Giambattista Valli, d’altro canto, si è finalmente liberata delle pose e dei paludamenti da socialite, trovando una nuova e sorprendente freschezza fatta di abitini leggeri, piccole maglie, scarpe piatte e un generale senso di irriverenza colta e consapevole. È colto e cerebrale, ma leggero e per questo riuscito, in fine, il viaggio tra diverse culture ed etnie vestimentarie di Loewe, la maison che Jonathan Anderson dirige con il piglio di un curatore e l’acume del merchandiser.

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