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American Colony, a Gerusalemme l’hotel “diplomatico” dove…

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American Colony, a Gerusalemme l’hotel “diplomatico” dove la storia si fa bevendo un Martini

In tenuta casual, Lodovico Calabi Folin, responsabile dell'Unesco a Ramallah, saluta il Direttore dell’American Colony e lo invita a bere un caffè a bordo piscina, appena si libera. Quando stacca, il commissario italiano va sempre all’hotel, per rilassarsi, incontrare gli amici e circondarsi di bellezza. Il giorno prima era partito l’architetto Massimiliano Fuksas, e una settimana prima lo scrittore David Grossman era lì per una conferenza di letteratura. Come loro, molti si ritirano tra le mura di questa cittadella tranquilla per godersi qualche ora piacevole, fuori dalla mischia di turisti e dal traffico insopportabile di Gerusalemme.

L’American Colony non è un hotel come gli altri, per varie ragioni: come è nato, dove si trova, chi lo dirige, chi lo frequenta, il ruolo diplomatico che svolge. È, nella combattuta e santa Gerusalemme, una specie di terra di nessuno, un corpo estraneo ma non avulso dalla realtà che lo circonda, rappresentandola nelle sue straordinarie potenzialità pacifiche. Già, perché trovarsi a Gerusalemme Est, anche se a 30 metri soltanto dal confine della “green line”, renderebbe in teoria precaria la sua quiete. Per fortuna, però, interpreta la sua posizione con diplomazia.

Guarda caso, da oltre 30 anni, i General Manager sono svizzeri. Viene il sospetto che si faccia conto su un’innata propensione elvetica alla neutralità. Ma non basta, perché per gestire una struttura tanto complicata servono molte altre doti, come un alto profilo culturale, un solido equilibrio caratteriale, una pazienza incrollabile per mantenere altissimi gli standard di ospitalità pretesi da Leading Hotels of the World, catena al quale l’hotel è affiliato, laddove hanno un’idea diversa di impeccabilità.

E Thomas Brugnatelli queste qualità sembra averle tutte: italo-svizzero, è sempre sorridente con gli ospiti e gentile nel rivolgersi al personale, 100% palestinese. «Non è un albergo facile, ma ho accettato l’incarico lasciando un cinque stelle a Losanna perché c’ero stato da turista, ne conoscevo le problematiche geopolitiche ed era una sfida interessante per me. Per tradizione, l’hotel è un luogo d’incontro. Per capire a fondo la questione Israeliano-Palestinese, bisogna stare qualche giorno all’American Colony. È una specie di “Who is who” della politica locale e internazionale, e non a caso i giornalisti inviati da tutto il mondo risiedono qui o comunque vi transitano. È sempre stata la loro “casa”, durante le Intifada e le altre guerre, essendo un albergo “non israeliano” nel senso geografico del termine. Da qualunque prospettiva lo analizzi, è un luogo che testimonia la Storia - prosegue-. Ma non quella ufficiale, che si definisce a West Jerusalem, bensì quella che nasce bevendo un Martini o mangiando un hummus (squisito) al ristorante».

La piscina

Un esempio: «Dopo i meeting all’hotel King David, lo staff del Segretario di Stato americano John Kerry, in visita a Israele, si trovava all’American Colony per organizzare il programma del giorno dopo e per bere un gin tonic senza cravatta». Quello che si dice backstage, insomma.

Fatto è che l’American Colony è un punto di riferimento internazionale, ed è così da oltre un secolo. Fondato nel 1881 da Horatio e Anna Spafford, due americani scampati a svariate disavventure e in cerca di nuova vita, divenne la residenza di una comunità cristiana che si occupava di beneficenza e filantropia. Erano falegnami, artigiani, ricercatori, archeologi, insegnanti, infermieri, medici. «Possiamo dire che fosse un prototipo del kibbutz», ipotizza Brugnatelli.

«Horatio Vester, nipote del fondatore, ha diretto l’hotel con la moglie Valentine fino alla pensione nel 1980. E anche se poi il management è passato a un’azienda svizzera, la signora Valentine ne è rimasta presidente, nonché custode della storia - continua-. Alla sua morte nel 2008, è stato aperto per la prima volta il solaio dove erano conservati centinaia di ricordi della colonia, e un paio di anni fa abbiamo incaricato un’ex curatrice del Museo Israeliano di inventariare tutto– documenti, fotografie, manufatti, opere d’arte - e di creare un archivio (visitabile su appuntamento, scrivendo a collection@amcol.co.il); contemporaneamente lo abbiamo digitalizzato con la Library of Congress di Washington, e basta googlare il nome della biblioteca + American Colony per trovare un'infinità di informazioni sulle origini (www.loc.gov)».

«Sa cosa adoro di questo posto? Che possiamo con orgoglio dire di non essere semplicemente un albergo, ma un'istituzione. Qui non si vendono solo camere, si respira la Storia. Viviamo della nostra fama», conclude.

Da quando fu trasformato in albergo nel 1902, l’American Colony svolge un ruolo super partes. È elegante con ceramiche armene, pavimenti in pietra serena, tappeti orientali, ed è un posto rassicurante. «Al Casablanca, soprannome del nostro famoso Cellar Bar, vengono tutti, senza divise. Una sera il Ministro della Finanza palestinese ha chiacchierato a lungo con il vicino per scoprire alla fine che era l'ex capo di Shin Bet, l'intelligence per gli affari interni israeliani. Una cosa del genere può succedere solo da noi! Nessuno viene qui per cercare guai, anzi, al contrario, un po' di quiete. Comunque è una realtà piccola, e sappiamo chi lo frequenta».

Una torre di controllo è il negozio di antiquariato di Munir, da oltre 30 anni sulla terrazza di fronte alla reception. Munir vede tutto, chi arriva, chi parte, se c'è qualche disguido: «Stando seduto qui ho più informazioni che in qualunque altro posto, perché le notizie passano tutte da qui», dice seduto sotto l'ombrellone, tra le siepi profumate di lavanda per scacciare gli insetti fastidiosi.

La libreria di fianco è un altro pilastro dell’hotel. La gestisce Mahmoud Muna, con laurea e master a Londra e un curriculum accademico straordinario, ed è l’unica in tutta la città dove si trovano anche testi e letteratura palestinesi, stando sempre attento all'equo bilanciamento con quelli israeliani, che anche i titoli sugli scaffali potrebbero causare incidenti diplomatici.

«Oggi gli ospiti sono cambiati e non siamo più l'unico hotel di lusso a Gerusalemme - riprende Brugnatelli -. Sono diminuiti i giornalisti, che prima venivano in cinque per fare un servizio, mentre ora ne basta uno con lo smartphone. Con la concorrenza di oggi, bisogna rimboccarsi le maniche, ma non ci possiamo lamentare. Intanto siamo stati nominati “Best boutique hotel” d’Israele. E qualche particolarità l’abbiamo, a prescindere dal passato. Per esempio, l’American è l’unico albergo di Gerusalemme in cui si festeggia Natale con l’albero addobbato, le lucine, le candele accese, il profumo di zenzero e pan pepato come in Danimarca», dove Brugnatelli ha parte delle sue origini.

Come a ribadire il lato esotico di questo straordinario monumento dell'ospitalità, dove da qualche tempo prenotano weekend di svago e cultura anche alcune famiglie israeliane. «È un fatto nuovo e ne siamo molto felici. Come è da sempre nello spirito dell’American Colony, sono i benvenuti».

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