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Pietro Beccari lascia Fendi per Dior: «Innoverò con ambizione e…

intervista al nuovo ceo

Pietro Beccari lascia Fendi per Dior: «Innoverò con ambizione e dedizione»

Si appresta a lasciare l’amatissima Roma per tornare nell’altrettanto amata Parigi, dove ha già vissuto quando era vicepresidente di Louis Vuitton. È un’esemplare storia di meritocrazia che travalica confini e inutili pregiudizi culturali, quella di Pietro Beccari. Parmigiano doc, 50 anni appena compiuti, da presidente e amministratore delegato di Fendi diventerà ceo della maison Dior, forse il gioiello più prezioso della galassia Lvmh, primo gruppo del lusso al mondo (30 miliardi i ricavi del periodo gennaio-settembre 2017). Beccari prenderà il posto di Sidney Toledano, che dopo 20 anni alla guida di Dior avrà un ruolo di supervisione dell’intera divisione moda di Lvmh.

In meno di cinque anni ha portato Fendi nel club delleone billion companies. Oltre a quelli economici, quali obiettivi sente di aver raggiunto?

Superare il miliardo di ricavi, come è successo nello scorso anno, è un traguardo importante. Ma come spesso accade i numeri non dicono tutto: le vendite di Fendi sono cresciute grazie al lavoro di una squadra composta da chi c’era al mio arrivo, nel 2012, e da chi è venuto dopo. È a questo team straordinario che affido, con un po’ di tristezza ma senza rimpianti, il futuro della maison.

A Roma cosa lascia?

Personalmente, una parte di cuore. Sono però soprattutto orgoglioso di tutto quello che Fendi e Lvmh hanno restituito alla città. Il restauro di alcune delle sue più belle fontane, la riapertura di Palazzo della civiltà, l’impulso culturale dato grazie alle mostre organizzate all’Eur, solo per citare le cose più importanti.

Il direttore creativo di Dior è Maria Grazia Chiuri. Le origini comuni sono un vantaggio?

Da quando è arrivata Maria Grazia soffia una brezza nuova su tutte le collezioni: ha saputo coniugare il massimo rispetto per il Dna della maison con la volontà di introdurre cambiamenti. Avere la stessa lingua madre e il medesimo approccio di “grinta gentile” sarà un vantaggio. Ma non è questione di essere italiani, si tratta piuttosto di avere una forma mentale simile, un approccio alla vita e al lavoro che ha tanti elementi in comune.

In cinque anni il mercato del lusso è molto cambiato, le sfide da Dior sono diverse da quelle che ha affrontato in Fendi?

Inizio col dire con la massima enfasi possibile che la prima cosa che farò a Parigi, proprio come avevo fatto quando arrivai a Roma, è incontrare le persone per ascoltarle. E studierò: tutto, dagli uffici agli archivi. Ho bisogno di entrare nel mondo Dior con passo deciso ma felpato. Con ambizione, convinzione e dedizione e allo stesso tempo con rispetto e umiltà. Paure, però, non ne ho.

Si sarà pur dato delle priorità: è da qualche mese che si parlava di un suo addio a Fendi.

Le priorità sono quelle che ho appena elencato: ascolto e studio. Solo così posso ambire a costruire una squadra coesa e forte come quella di Fendi. Sul mercato del lusso in generale però è vero che rispetto al 2012 ci sono stati importanti cambiamenti. Primo, i ritmi di crescita non sono più a doppia cifra: per aumentare le vendite i singoli marchi devono rubare market share ad altri. Secondo, forse ancora più importante, sono cresciuti i ritmi dell’innovazione e si sono ristretti quelli per portarla sul mercato.

Vede quindi una frattura generazionale, nel lusso?

Non esattamente: se da una parte i Millennial sono responsabili delle spinte all’innovazione di cui parlavo e saranno una percentuale sempre maggiore dei clienti del lusso, dall’altra manager e stilisti di generazioni precedenti, come siamo io e Maria Grazia, devono comprendere i cambiamenti e interpretarli. Non semplicemente assecondarli. Siamo in un periodo storico molto interessante: cadono tanti confini e mantenendo la mente aperta, mettendo da parte piccole e grandi paure, si possano creare mondi e modi di pensare sempre più ricchi e inclusivi.

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