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Fabiana Filippi cresce grazie a sneaker e borse

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Fabiana Filippi cresce grazie a sneaker e borse

Forse c’entra la tranquillità che trasmettono le colline umbre, dove i fratelli Filippi Coccetta hanno costruito la loro azienda, in mezzo agli ulivi, che coltivano per passione personale. O forse è questione di carattere e di cultura contadina, nel senso più nobile del termine. Fatto sta che il marchio Fabiana Filippi (dal nome della figlia di Giacomo) cresce stabilmente e senza subire particolari scossoni dalle incertezze geopolitiche, nonostante un export molto elevato, il 75%.

«Nel 2017 il fatturato aumenterà high single digit, come dicono gli analisti, a 85 milioni – spiega Mario Filippi Coccetta –. Vedendo e studiando report e analisi e parlando con tutti i nostri collaboratori, in Italia e all’estero, a volte mi chiedo quale sia il segreto del nostro percorso di successo, in un mercato sempre più competitivo e che non cresce più ai ritmi degli scorsi anni. Poi mi dico che segreto non è la parola giusta: si tratta piuttosto di avere poche ma granitiche certezze, restando aperti ai cambiamenti suggeriti dai consumatori finali, che vanno ascoltati e sempre valorizzati».

Tra i piccoli (grandi) cambiamenti di cui parla Filippi Coccetta c’è l’introduzione di nuove categorie di prodotto, accanto all’abbigliamento in filati pregiati. «Borse e scarpe stanno andando molto bene – racconta –. In particolare le sneaker: all’exploit di questa categoria mi sono dato due spiegazioni, che credo valgano anche per altri brand di medio e alto di gamma. Le sneaker hanno successo in primis perché sono comode e leggere. Ma soprattutto, secondo me, rappresentano il “nuovo” ingresso nel mondo di un brand aspirazionale. Anni fa erano i profumi, poi gli occhiali. Oggi sono le sneaker».

Altro tema strategico è la distribuzione: i negozi a insegna Fabiana Filippi nel mondo sono 45 e solo nel 2017 ne sono stati aperti otto. Trovando le location giuste, i fratelli Filippi Coccetta contano di aprirne 4-5 all’anno almeno fino al 2020. «Non abbiamo mai creduto però che il retail fosse più importante del canale wholesale – spiegano –. Si tratta di arrivare al giusto mix, tenendo conto anche dell’e-commerce. A noi manca ancora qualche tessera per completare il puzzle, ma crediamo che i negozi multimarca siano fondamentali».

Oggi il retail, diretto e in franchising, assorbe il 25% del fatturato, l’obiettivo è arrivare al 30, massimo 35%. «L’e-commerce è pienamente operativo da circa un anno e siamo molto contenti, non solo per le vendite, i bassi resi e lo scontrino medio, ma soprattutto per l’aiuto che ci dà a conoscere le nostre clienti e a farci conoscere da loro. Non sono tra quelli che ha paura di un consumatore preparato, né temo la necessità di essere sempre più trasparenti – conclude Mario Filippi Coccetta –. È una delle caratteristiche della nostra epoca: siamo tutti un po’ più nudi e vulnerabili. Ma se si è coerenti e convinti delle propri idee e, quando necessario, si ammettono gli errori o le mancanze, il legame di fiducia tra un brand e i suoi clienti non può che rafforzarsi».

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