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In Svezia gli abiti scartati da H&M alimentano le energie rinnovabili:…

fast fashion sostenibile

In Svezia gli abiti scartati da H&M alimentano le energie rinnovabili: conquista o sconfitta per l’ambiente?

Il dibattito se il fast fashion sia o meno sostenibile ha da oggi un tema di riflessione in più: la tv pubblica svedese, infatti, ha rivelato nei giorni scorsi che l’impianto di produzione di energia e di riscaldamento di Vasteras, a nord ovest di Stoccolma, si alimenta anche con abiti scartati da H&M, che ha il suo magazzino principale a poca distanza.

Gli abiti vengono bruciati, e con soddisfazione degli ambientalisti, poiché la scelta di Vasteras fa parte della strategia di smettere di usare combustibili fossili entro il 2020. E gli abiti, quelli di materiali naturali, sono perfettamente compostabili: «Per noi si tratta di materiale combustibile, il nostro obiettivo di usare solo combustibili rinnovabili e riciclati», ha confermato a Bloomberg Jens Neren, dirigente di Malarenergi AB, l’azienda che detiene la proprietà e gestisce l’impianto di Vasteras. Malarenergi ha un contratto di fornitura combustibili con la vicina città di Eskilstuna, dove si trova il magazzino centrale di H&M.

Nel 2017 l’impianto ha bruciato 15 tonnellate di abiti di H&M, a fronte di 400mila tonnellate di spazzatura, in parte importata anche dalla Gran Bretagna.

Dunque, da una parte probabilmente i critici del fast fashion lo saranno ancor di più, confermando che la iperproduzione di abiti tipica del “fast” è insostenibile: a essere puntuali, bisognerebbe confrontare l’energia (ma anche l’acqua e i costi del trasporto) spesa per produrre gli abiti destinati all’inceneritore con quella prodotta dagli stessi.

D’altra parte, H&M considera la sostenibilità uno dei temi principali della sua attività e della sua comunicazione e ha lanciato l’ambizioso obiettivo di diventare un’azienda a impatto positivo sull’ambiente entro il 2040, puntando su energie rinnovabili, riducendo le emissioni di CO2 al minimo...Tuttavia, la possibilità di ridurre la produzione non è nella lista della best practises del gruppo svedese. Anzi, H&M la aumenterà di certo per alimentare il numero sempre crescente dei suoi negozi: al 31 agosto 2017 erano 4.553, sotto le sette insegne del gruppo, di cui 457 aperti nei primi nove mesi dell’anno. Nuovi mercati sono stati appena conquistati, il più recente la Georgia, preceduta quest’anno da Kazakhstan, Colombia, Islanda e Vietnam. Nel 2018 sono già in agenda Uruguay e Ucraina. E le vendite online sono stimate in aumento del 25%.

Non per forza “crescita” è sinomino di aumento della produzione: ma questo accade soprattutto per segmenti di nicchia, per qualità e produzione, diversi dal fast fashion che proprio sui grandi numeri, e su un conseguente abbattimento dei prezzi, gioca la sua partita. Per ora, dunque, sembra probabile che l’impianto di Vasteras darà alle fiamme sempre più abiti etichettati H&M. Curiosamente, sempre da attento ambientalista, il gigante svedese scrive nel suo sito “crediamo che la moda sia troppo preziosa per finire in discarica”, accompagnando con queste parole l’iniziativa di riciclo in store che dal 2013, anno del suo lancio, ha raccolto oltre 55mila tonnellate di abiti dismessi dai clienti. Ricompensati con un buono da spendere negli store H&M.

Inoltre, sempre negli obiettivi di sostenibilità di H&M, si legge che “il gruppo si impegna a usare il 100% di energie rinnovabili nelle sue operazioni, percentuale che oggi è del 96% rispetto al 78% del 2015”. Una veloce corsa, dunque, alimentata probabilmente dai suoi stessi scarti. Più sostenibile di così.

(Il primo negozio a insegna Hennes, predecessore di H&M, fu inaugurato nel 1947 proprio a Vasteras, la città dell’impianto. Più economia circolare di così).

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