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Al via Pitti93: la moda uomo cresce a 9,2 miliardi trainata dall’export

Credit: Vincenzo Grillo
Credit: Vincenzo Grillo

Pitti Uomo apre la settimana italiana della moda maschile ma apre, soprattutto, un anno di (ulteriori) grandi trasformazioni per il fashion mondiale. Il salone fiorentino (da oggi a venerdì 12 alla Fortezza da Basso con 1.243 brand che presentano le collezioni autunno-inverno 2018-2019) negli ultimi dieci anni si è ritagliato un ruolo da leader nel panorama internazionale grazie al grande lavoro di ricerca e selezione dei marchi svolto dalla società organizzatrice Pitti Immagine, e alla scelta di abbinare alla fiera “pura” un ventaglio di progetti speciali, presentazioni, sfilate e show dentro e fuori dal salone.

Ma ora Pitti Uomo ha davanti un’altra sfida, pari almeno a quella vissuta negli ultimi dieci anni, quando la crisi mondiale delle fiere, unita alla “fuga” dei grandi marchi dagli spazi espositivi della Fortezza da Basso per aprire show room propri, aveva fatto ipotizzare il declino. La nuova sfida del Pitti Uomo è quella di “guidare” le aziende specializzate nella moda uomo nei mari agitati dei mercati mondiali, alle prese con l’esplosione delle vendite online e con la necessità di riorganizzare i canali tradizionali e di adeguare tempi e modi delle produzioni. Si tratta, in pratica, di trovare il nuovo equilibrio tra produzione, distribuzione e mercato, evitando scivoloni pericolosi soprattutto in Usa e in Giappone, i Paesi che hanno deluso di più l’anno scorso e che sono gli “osservati speciali” anche nel 2018, anno in cui il commercio mondiale di beni e servizi è stimato in ulteriore crescita di circa il 4%.

Secondo le aziende italiane, intervistate a campione da Sistema moda Italia (Smi), sarà un anno senza (finalmente) rischi di peggioramento delle condizioni, anche se solo il 14% prevede condizioni migliori del mercato, mentre la maggior parte (l’86%) indica una “stabilità” rispetto al 2017. La rotta estera resta una necessità per l’industria italiana della moda maschile, considerato che il mercato interno è ancora stagnante: -2,2% (scesi sotto i 7 miliardi di euro) i consumi nazionali stimati da Smi per il 2017. Le vendite all’estero invece l’anno scorso hanno continuato a crescere accelerando il ritmo, segnando +3% e conquistando il peso-record del 65% sul fatturato dell’industria italiana della moda maschile (era il 59% solo cinque anni fa), il comparto decisamente più internazionalizzato di tutti. In pratica, su 9,2 miliardi di ricavi 2017 (+2,1%), quasi sei miliardi ora sono realizzati all’estero. Il risultato è che l’attivo della bilancia commerciale ha superato, per la prima volta, i due miliardi di euro, con un aumento di oltre 200 milioni sull’anno precedente.

La crescita della moda maschile italiana nel 2017 è stata trainata da Germania (+8% l’export nei primi nove mesi dell’anno), primo mercato di sbocco con un peso del 10%, e poi da Regno Unito (+4,7%), Spagna (+3,6%) e dagli exploit di Cina (+17,1%, con un peso sul totale arrivato al 3,6%) e Russia (+16,3%, peso del 2,7%). Le delusioni arrivano appunto dal Giappone (-2,1%) e, soprattutto, dagli Stati Uniti (-4,3% l’export gennaio-settembre 2017), primo mercato di sbocco extraUe, dove la crisi dei department store e la riorganizzazione della distribuzione continuano a farsi sentire. Ed è proprio qui che entra in gioco il ruolo di “bussola” di Pitti Uomo, che agli Usa e al Giappone dedica due dei suoi eventi-clou: la sfilata che celebra i 200 anni di Brooks Brothers, il più antico marchio di abbigliamento americano; e l’evento dei designer visionari Undercover+ TakahiromiyashitatheSoloist, che presentano le loro collezioni uomo alla Stazione Leopolda.

«Di fronte a cambiamenti del mercato e delle abitudini d’acquisto così profondi – spiega Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine nello Speciale allegato al Sole 24 Ore di oggi – Pitti Uomo deve essere sempre più reattivo, anticipare le aspettative del mercato, fare analisi preliminari e dare risposte sia alle grandi che alle piccole aziende». Una fiera obbligata a cambiare ogni sei mesi. «Il commercio online ha innescato una fase di transizione importante – afferma Andrea Cavicchi, presidente del Centro di Firenze per la moda italiana, azionista di Pitti Immagine – e i department store americani, che erano l’hardware delle vendite, stanno soffrendo di più perché erano i più grossi. Bisognerà capire quali strategie metteranno in atto».

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