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Al Pitti va in scena il festival dello stile

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Al Pitti va in scena il festival dello stile

Come dentro un film è il titolo di un mieloso album anni Ottanta. La decade edonista è distante anni luce dal presente globale e digitale, ma la metafora cinematografica rimane di cogente attualità. Descrive una condizione esistenziale che, volenti o meno, viviamo tutti, ogni giorno. Si trasmette in streaming continuo, via social e via web, con maggiore o minore consapevolezza, trasformando la quotidianità in una sorta di infinito lungometraggio. Non sorprende la scelta del layout dell’edizione Novantatre di Pitti Uomo, al via oggi a Firenze in Fortezza da Basso e in città (fino a venerdì). L’allestimento, ispirato appunto al cinema, è concepito da Sergio Colantuoni come un titanico film festival nel quale i diversi padiglioni corrispondono ad altrettanti generi. Spettatori ed espositori saranno tutti protagonisti ex aequo del Pitti Live Movie: un film in fieri, trasmesso en plein air, nel quale a nessuno si nega un ruolo.

La scelta del tema, invero assai instagrammabile - componente da non trascurare, in questi tempi di spettacolarizzazione visiva di ogni attività umana - è molto di più di una semplice scenografia: ribadisce l’attenzione di Pitti Immagine verso gli aspetti più vitali, ma anche i più ricchi di implicazioni e controversie, del contemporaneo. Il cinema, inteso come settima arte, ha forse perso nell’ultimo decennio il proprio potere di fascinazione sull’immaginario collettivo, stritolato dal moltiplicarsi di serie televisive e dalla mancanza di storie da raccontare, annientato dalla valanga di immagini, vere o fake, che ci sommergono. Il cinema, inteso come urgenza narrativa, è però più vivo che mai, e nelle materie legate allo stile ha trovato terreno fertile nel quale diventare modo sovrano di essere e di comunicare. Cosa è l’ossessione attuale per lo storytelling se non l’esigenza di trasformare tutto, anche la scelta di un tweed o di una cravatta, in una storia esemplare, penetrante perché raccontata per immagini senza bisogno di parole?

A Pitti Uomo il film dello stile è in programmazione almeno da un decennio. È iniziato tutto a metà circa degli anni Zero, quando l’attenzione si è progressivamente spostata dai marchi e dai designer, ovvero i produttori, al pubblico, in una delle prime manifestazioni dello strapotere della me generation, demografia trasversale che a questo punto va dall’adolescente al nonno, definendo un sistema copernicano con il consumatore al centro. È un pubblico fatto di professionisti compassati e semplici esibizionisti, studiati all’inizio con dedizione quasi scientifica dai pionieri dello streetstyle, fino a che il meccanismo si è inceppato, l’esibizionismo ha preso alla testa e la finzione fiammeggiante ha trasformato il documentario.

In questo senso, il sensazionalismo dello stile ha superato l’acme per avviarsi verso il lento declino, espressione di una urgenza di apparire quasi patologica. Dal cinema, invece, in particolare quello classico dell’età d’oro di Hollywood, ma anche la nouvelle vague francese e il neorealismo italiano, possono arrivare suggerimenti di iconografia maschile utili a superare l’empasse e progredire: i modelli passati sono sovente più moderni dei presenti. Compassato e classico, oppure ribelle, l’immaginario cinematografico contiene infatti una maniera di tipi dalla studiata naturalezza che evidenziano un semplice dato di fatto: lo stile è certamente una messa in scena ma la messa in scena, per scomodare Stanislavskij, guru di metodo del cinema americano, è tanto più efficace quanto meno appar forzata.

Si tratta, in effetti, di equilibri molto delicati. Anche i marchi, diventati nel frattempo contenitori di immaginari narrativi più che di prodotti, possono essere di grande aiuto a ristabilire gli equilibri. Ed è qui che la forza di Pitti torna in primo piano, perché basata su una energizzante varietà. Che sia il pragmatismo wasp di Brooks Brothers, il colosso americano (oggi dell’imprenditore italiano Claudio Del Vecchio) che celebra i duecento anni di vita con uno show nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Pitti, o l’avanguardia al vetriolo dagli special guest Undercover e The Soloist, alias Jun Takahashi e Takahiro Miyashita, che sia la compostezza del classico evoluto all’italiana o la deroga dalla norma dell’athleisure, l’offerta di Pitti è tentacolare e multiforme.

Come nel cinema i generi si ibridano, così a Pitti i marchi riscrivono forme e funzioni per conquistare nuovo pubblico mentre ne plasmano, si spera in meglio e con naturalezza, l’apparenza. Sottrarsi oggi alla spettacolarizzazione dello stile, o proprio dell’esistere, è inutile e anacronistico. Sì, stiamo tutti dentro un film, senza metafore. Si può solo vivere con consapevolezza il gioco delle parti, tentando magari, con Brecht, la carta dello straniamento dal proprio ruolo. Oppure, si può decidere di sparire, come in una spy story. Tertium non datur. O no?

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