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Armani esalta le differenze. Versace celebra l’opulenza

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MILANO UOMO / GIORNO 2

Armani esalta le differenze. Versace celebra l’opulenza

Da sinistra: Diesel Black Gold, Marni, Neil Barret, Versace, Dolce & Gabbana
Da sinistra: Diesel Black Gold, Marni, Neil Barret, Versace, Dolce & Gabbana

L’ultima, infelice, uscita di Donald Trump sui “paesi gabinetto” è indicativa del clima divisivo, xenofobo e reazionario che caratterizza questo momento storico non particolarmente brillante, nel quale la civiltà umana sembra compiere giganteschi passi indietro, almeno in alcune parti del mondo. A differenza del passato, però, opporsi con ogni mezzo, e far sentire la propria voce di dissenso, è possibile. La moda, ad esempio, si schiera in blocco contro ogni chiusura ottusa.

Le sfilate di Milano moda uomo si sono aperte ieri proprio all’insegna del multiculturalismo, interpretato in ogni modo: dal letterale – accumulo di capi etnici – all’astratto e immaginifico. Anche Giorgio Armani, il più rigoroso degli stilisti, colui che ha fornito a donne in carriera e uomini emancipati l’uniforme dei nuovi ruoli, spinge in favore della diversità, proclamando che la differenza è forza.

Lo fa da Emporio Armani, la linea giovane – per spirito irriverente e trasversalità d’uso, non per target di età – che ha da pochi giorni lanciato la nuova campagna pubblicitaria, martellando con decisione proprio su questo tema. Il percorso intrapreso nella comunicazione prosegue in passerella, fino a un certo punto. Le premesse potrebbero infatti portare per deduzione al caos, ma così non è. Armani rimane un maestro di controllo e understatement e chiaramente intende la differenza come sottile modulazione, non contrasto plateale. La collezione, dunque, è in apparenza monocorde: tutta blu, grigia e nera, con ricami e jacquard dal sapore militar-orientale, oppone abiti impeccabili a bomber sportivi, sobrietà ed eccentricità. Si respira aria di eleganza decadente – quanto di più esclusivo, a dire il vero – con tanto di pelliccia sulle scarpe, ma l’interpretazione è scattante e metropolitana, e per questo invitante.

«Il principio è che non ci sono principi» annuncia una delle paginette del libercolo di Marni, spedito a mo' di invito, fatto di ritagli e pensieri sbriciolati e rimessi insieme spontaneamente. Gli avanguardisti dadaisti la chiamavano sticomanzia: praticavano il caso come forma di poesia.

Francesco Risso, direttore creativo del marchio in portafoglio alla Only the Brave di Renzo Rosso, è proprio al titolo di Dada fashionista che aspira, e questa stagione se lo merita. Anche lui assembla elementi disparati senza seguire un apparente filo logico. Lo fa intuitivamente, ammassando tessuti inglesi e africani, dilatando le proporzioni, suggerendo la figura – assai autobiografica – di un uomo che attraversa mondi (al plurale) e che appare come un incrocio tra un geografo cartografo, un piccolo chimico, un operaio e uno squinternato alla David Hockney. Il viaggio è un vero trip: trascinante e gioioso. Unico neo, l’affettazione di eccentricità che appare a tratti come una sbavatura, perché trasforma la spontaneità in forzatura.

Non esistono forzature nella visione di Andreas Melbostad per Diesel Black Gold: la sua idea di stile è tesa, abrasiva, metropolitana e coerente fino alla monotonia. Questa stagione si carica però di un frisson etnico che è dichiaratamente politico e decisamente vivificante. In passerella marcia una tribù urbana di uomini e donne – lo show è co-ed – che si porta addosso i segni di infinite altre tribù. Impossibile inividuare le origini dei pezzi: Marocco e Navajo, eskimo e indiani d’America si mescolano in un codice che è puro melting pot.

Da Versace, il codice esplorato e reiterato è quello della casa: sregolatezza dionisiaca e opulenta. Particolarmente in vena, ovvero eccessiva e gaudente, Donatella Versace, che lo fa proprio esplodere in una collezione piena di stampe neobarocche e animali, di tartan di anfibi e vernici, che è il suo modo per definire in modo inequivocabile la gang Versace. Giocare con l’appartenenza, oggi, è tutto.

In confronto a siffatta sfrenatezza, il rigore militare del tailoring modernista di Neil Barrett può essere letto in modi antitetici: detox purificante, sferzata di compostezza, monotonia.

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