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La geopolitica e gli stilisti. Quando la moda determina la politica

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economica e immagine

La geopolitica e gli stilisti. Quando la moda determina la politica

(Afp)
(Afp)

Tra i tanti privilegi mai abbastanza apprezzati dei quali godiamo noi italiani, c’è n'è uno che riguarda la moda: possiamo parlarne da almeno tre punti di vista, egualmente importanti e interessanti. Il primo è la valenza economica della moda per il Paese e la sua importanza per l’immagine all'estero dell'Italia. Due giorni fa il presidente della Camera della moda Carlo Capasa (si veda Il Sole 24 Ore di venerdì 9 febbraio) ha presentato la prossima fashion week milanese (20-26 febbraio) partendo dai dati 2017: il settore della moda “allargato” (abbigliamento, accessori, cosmetica, gioielli e occhiali) ha chiuso l'anno con un fatturato di 87 miliardi, cresciuto del 2,8% rispetto al 2016. Cioè a un tasso doppio rispetto al Pil del Paese. Ma, dicevamo, questo è solo un angolo dal quale guardare l'industria della moda, secondo comparto manifatturiero della nostra economia. Poi c'è l'aspetto “promozionale”: se, come confermano i dati sui flussi turistici, in tutto il mondo e in particolare in Asia, aumenta la fame di made in Italy e di Italia, è anche grazie ai designer e alle aziende che hanno portato la moda e lo stile italiano nel mondo.

Quando Russia e Cina erano ancora, di fatto, economie chiuse e il lusso era davvero affare carbonaro riservato quasi sempre a oligarchi dei due partiti comunisti al potere, brand come Zegna, Max Mara, Stefano Ricci, Baldinini e molti altri avevano già iniziato una “colonizzazione commerciale” di Mosca e Pechino. Se è vero che oggi molte aziende italiane sono controllate da colossi stranieri e in particolare francesi (Lvmh ha comprato ad esempio Bulgari, Fendi ed Emilio Pucci, Kering possiede Gucci, Pomellato e Bottega Veneta), è altrettanto vero che al cambio di nazionalità non è seguito, per così dire, un cambio di cittadinanza. Le sedi creative e produttive di tutti i marchi e aziende acquistate da gruppi stranieri sono rimaste in Italia e sono state anzi potenziate, perché il valore delle acquisizioni e lo sviluppo dei marchi, specie nell'alto di gamma, ha senso solo se si può certificare, sbandierare, il “made in Italy”.

Così arriviamo al terzo punto di vista dal quale guardare e raccontare la moda: la funzione di specchio della società e di strumento per interpretarla e forse persino per capire cosa succederà nell'immediato futuro. Una funzione che vale per l'Italia e qualunque altro Paese, in qualsivoglia epoca storica. Ma l'Italia è l'unico Paese al mondo a possedere una filiera perfettamente integra, dalla lavorazione del filato alle settimane della moda, che rappresentano la punta di un iceberg, una vetrina per un settore fatto da migliaia di imprese e competenze artigianali e produttive, oltre che stilistiche, un'orchestra che raramente “stecca”. Quasi una grosse koalition. Anzi, meglio di una grosse koalition. Siamo permeati, anche inconsapevolmente, dalle forze creative, imprenditoriali e industriali che operano nel sistema moda e abbiamo quindi più strumenti per usare la moda come “cartina di tornasole”.

Come potrà vedere chi visiterà la mostra “Italiana. L'Italia vista dalla moda 1971-2001”, che si apre ufficialmente il 23 febbraio a Milano, ospitata a Palazzo Reale dopo il trionfo di Caravaggio. Oggi le società in cui è più interessante “usare” la moda come specchio del cambiamento o chiave interpretativa del momento storico sono quelle dove prevale o domani l'Islam. Come ha raccontato su “The Atlantic” Elizabeth Bucar, in un lungo articolo intitolato How Muslim Women Use Fashion To Exert Political Influence. The rebellious potential of an apparently conservative style, Come le donne musulmane usano la moda in senso politico. Il potenziale ribelle di uno stile apparentemente conservatore. L'articolo è una sorta di riassunto delle tesi esposte da Elizabeth Bucar, professore associato di filosofia e religione alla Northeastern University, nel suo libro Pious Fashion: How Muslim Women Dress, pubblicato nel settembre 2017 dalla Harvard University Press. Il saggio originale (250 pagine circa) e l'articolo apparso su “The Atlantic” raccontano ciò che ha visto e su cui poi ha riflettuto l'autrice dopo aver visitato Turchia, Iran e Indonesia, Paesi dove domina la religione islamica. Tanto per cambiare, noi osservatori occidentali non capiamo quello che vediamo, sembra pensare Elizabeth Bucar. O pensiamo di capire e invece non è così. Il fatto che le donne musulmane – stiamo semplificando, ovviamente – debbano coprirsi molti più di quanto facciano donne di altre religioni e in particolare in Occidente, non significa necessariamente che ci sia meno libertà espressiva o che le donne percepiscano le limitazioni imposte dalla religione e dagli uomini che le circondano come un fatto negativo. Perché all'interno di queste limitazioni può scatenarsi la creatività degli stilisti locali e delle donne stesse nel combinare abiti e accessori. Mah, verrebbe da dire. Soprattutto dopo aver visto le foto della moglie del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante la visita a Roma di pochi giorni fa. Intabarrata e con i capelli nascosti addirittura da un “doppio” copricapo, Emine Erdoğan non sembrava esercitare una grande influenza sulle politiche che il marito era venuto a ribadire con forza in Italia e in Europa. Molto più significativo era apparso il gesto di Masih Alinejad, 38 anni, giornalista e attivista iraniana che dal 2009 vive in esilio tra Londra e New York e che il 28 dicembre è stata arrestata per essersi fatta riprendere in una strada del centro di Teheran a volto scoperto e con i capelli sciolti sulle spalle, pratica vietata dalle regole imposte dal Governo della repubblica islamica.

Il tema è complesso perché molti abiti che a un occhio occidentale possono apparire semplicemente coprenti (si pensi all'abbigliamento tradizionale delle donne dell'India o del Bangladesh) sono frutto in realtà di costumi millenari e hanno anche un valore legato alle tecniche tessili e di decorazione. Fanno parte, orgogliosamente, della cultura (femminile) locale e a nessuno dovrebbe venire in mente di imporre un canone occidentale. Anzi: molti stilisti europei e americani hanno disegnato con successo piccole collezioni pensate proprio per le esigenze di Paesi del Medio Oriente o dell'Asia. Il punto – e qui Elizabeth Bucar ci sembra peccare di una sorta di colonialismo di ritorno – è che vestirsi è un atto altamente significativo, esplicito, di esposizione agli altri e al mondo e allo stesso tempo è un atto intimo, in cui si entra in contatto con i propri desideri e sogni. Alle donne (e forse anche agli uomini) dovrebbe servire, idealmente, per stare meglio, per sentirsi più a loro agio nel mondo ma soprattutto con se stessi. E con il proprio corpo: un obiettivo sempre difficile, anche per noi donne occidentali che ci consideriamo emancipate, come si legge tra le righe del bellissimo saggio di Rossana Rossanda, Questo corpo che mi abita, appena pubblicato da Bollati Boringhieri. Obiettivo difficile, che non ha bisogno di essere allontanato dalle costrizioni della religione, come sembra ancora accadere in Turchia, Iran e Indonesia. E non solo.

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