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Da Margiela a Rick Owens in passerella a Parigi sobrietà e fantasia

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parigi / giorni 2-3-4

Da Margiela a Rick Owens in passerella a Parigi sobrietà e fantasia

Una risposta efficace al regresso dei tempi sconfortanti che stiamo vivendo forse non esiste. Bisogna opporsi e resistere. La fantasia al potere, alla stregua nel mitico e fatidico 1968, si configura allora come antidoto auspicabile. Dar di matto, folleggiare, inventare assurdità sono attività salvifiche e produttive. Sono anche modi per fuggire la realtà, naturalmente, con la consapevolezza che proprio laddove il mondo terreno con le sue urgenze concrete e meschine appar più lontano, è lí che si annidano e fermentano le soluzioni di lunga durata e comprovata efficacia. Che l’arte anticipi la vita non è un clichè, ma un dato di fatto. Anche il regresso attuale è stato prefigurato più volte in tanta letteratura distopica, per non parlare del cinema.

Magnifico e sperticato, John Galliano immagina una apocalisse della tecnologia e degli elementi, proponendo da Maison Margiela la scintillante soluzione vestimentaria per affrontarla. È una questione di prontezza di spirito, che Galliano chiama, umilmente, dressing in haste, ossia vestirsi in fretta, sovrapponendo le prime cose che capitano a tiro, come quando ci si precipita fuori di casa senza preavviso. Puro caos genere big bang, sparato a mille all’ora verso il futuro con la consapevolezza della storia. È cosa si mescola e come lo si mescola che fa la differenza. Proseguendo il brillante percorso iniziato a gennaio con la couture dell’Artisanal, Galliano abbandona i romanticismi languidi e ogni forma di nostalgia per affrontare da visionario il tema della funzione, del vestito che resiste agli attacchi esterni. I suoi parka giganteschi e cappottoni di plastiche oleografiche indossati con abitini galattici, maglie sbrindellate e sneaker da allunaggio sono disegnati per resistere alle piogge acide senza pragmatismi beceri. Intrappolano infatti lacerti di sottovesti, o lasciano trasparire frange da soubrette dai colori brillanti; hanno volumi couture e finiture performanti. Tutto luccica perchè sintetico e industriale, tutto è carico di vita perchè creato liberando energie fantastiche. Utility è la parola d’ordine del contemporaneo? E sia, senza cedere al realismo che deprime.

Metallo fa rima con futuro da Paco Rabanne, ed è così dagli anni sessanta di Paco il metallurgico, come lo apostrofò sprezzante Coco Chanel. La maison da allora è molto cambiata. Questa è la prima volta però che Julien Dossena, il capace direttore creativo del nuovo corso, affronta ad armi pari il passato, attualizzandolo in un tripudio di paillette e metalleria che è convincente perchè presentato come normale invece che eccezionale.

Dries Van Noten è un paladino del fantastico, ma il suo tono di voce è misurato, anche quando, come avviene questa stagione, lascia che il caso irrompa in guardaroba invitando glamour e sport ad avvilupparsi in un abbraccio inestricabile. Le stampe art brut catturano la vitalità di una collezione eclettica e ricapitolativa, il cui raggio d’azione spazia dal marabù da vamp al tailoring maschile senza perdere coerenza. Da Kenzo le stampe e gli jacquard omaggiano i paradisi perduti e primordiali del pittore Henri Rousseau. H&M Studio celebra il japonisme con un pragmatismo tutto scandinavo, mentre Felipe Oliveira Baptista, da Lacoste, declina lo spirito sportivo del marchio in chiave outdoors e boschiva, convincendo.

Alessandro Dell’Acqua, da Rochas, invoca una sferzata di sobrietà, che canalizza attraverso un benvenuto focus sul daywear, senza dimenticare i francesismi borghesi della maison. I tailleur e gli chemisier di lana double definiscono il nuovo corso, reso fremente dai lampi di broccato e dal baluginare del glitter sui grossi tacchi degli stivali indossati con tutto.

Le complessità della psiche femminile guidano Natasha Ramsey in una operazione di decostruzione e ricostruzione di stereotipi vestimentari da Chloè. Le sottovesti, i bordi di pizzo, i tocchi maschili e i languori femminili sono fatti a fette e assemblati in maniere inattese, rivelandolo una prospettiva inedita, sensuale e insieme angolosa, delle Chloé girls. Ma è Rick Owens, brutale e immaginifico come sempre, a proporre una idea di sensualità muliebre che è progressiva perchè erotizza il corpo partendo da urgenze primarie come quella di proteggersi, proiettando il passato nel futuro. Le sue silhouette materne come una venere di Willendorf nascondono tasche, borse, imbottiture di piuma. Owens ridisegna il corpo in maniera radicale e gentile, glorificandolo mentre lo distorce e nasconde. Sotto tutto, mette scarpe da running generiche. Le sue donne trasfigurate preserveranno la specie: corrono veloci, vincendo la lotta per la sopravvivenza.

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