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La creatività italiana di Nyky alla conquista del mondo

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La creatività italiana di Nyky alla conquista del mondo

Il mercato è saturo di brand. Nonpossono nascerne di nuovi: il consumatore non ha più spazio negli armadi e forse neanche nella mente per farsi conquistare o almeno incuriosire. Ecco due ragionamenti che abbiamo sentito fare spesso negli ultimi anni. C’è una parte di verità: di marchi e aziende di abbigliamento e accessori ce ne sono davvero tante, in Italia e all’estero. Ma chi teorizza la saturazione del mercato non fa i conti con la variabile più affascinante della moda: la spavalderia di chi – stilista o imprenditore – ha idee creative e commerciali e pensa, con passione, di riuscire a conquistare una fetta di consumatori.

Sono moltissimi i casi, in Italia, Francia e Stati Uniti, di marchi o aziende che in meno di dieci anni hanno raggiunto notorietà, fidelizzato clienti e, last but not least, superato il primo obiettivo dei 10 milioni di fatturato con un export superiore al 50%. Risultati che hanno dell’incredibile, se pensiamo che l’ultimo decennio è stato il più difficile del dopoguerra dal punto di vista dei consumi, complice la crisi economica globale innescata dal fallimento di Lehman Brothers del 2008. Tra questi “piccoli capitani e capitane coraggiose” spicca in Italia la Nyky di Michela e Alessandro Biasotto. L’aziendavè stata fondata proprio nel 2008 in Veneto e nel 2009 è nato il primo brand di abbigliamento donna, Momonì, che ha chiuso il 2017 con un fatturato di 12,5 milioni e un export del 50%. «Nel 2018 contiamo di arrivare a 15,5 milioni, solo con Momonì, grazie in particolare al mercato francese, dove abbiamo due negozi e un corner all’interno di Le Bon Marchè – spiega Alessandro Biasotto –. Poi ci sono gli altri due brand, Attic and Barn, nato nel 2010, e il fratello più piccolo, Oof, lanciato nel 2016, che porteranno il fatturato 2018 a 20-22 milioni, grazie a forti investimenti nel retail».

I nomi scelti dai fondatori di Nyky riflettono le loro esperienze internazionali: «Crediamo nella qualità e unicità dei prodotti tessili e del know how artigianale che si possono trovare nel nostro Paese – sottolinea Biasotto–. Ma un marchio nuovo deve avere un progetto che guardi oltre i confini italiani. Primo, perché il mercato domestico è interessante per l’immagine, non per i numeri . Secondo, perché oggi non esistono più confini, cancellati dalla velocità con la quale circolano immagini e informazioni. Un brand deve avere un nome e persino uno stile “spendibile” ovunque».

Il posizionament0 e la specializzazione di Momonì e Attic and Barn sono diversi: il primo fa parte di un segmento molto vicino al lusso accessibile e i competitor sono, tra gli altri, Isabel Marant, forte_forte , Erika Cavallini e Acne Studios. Attic and Barn, con un export già al 65%, punta molto su stampe e tessuti, con uno stile altrettanto unico ma più vicino al casualwear da città.

«I francesi hanno insegnato a tutti che c’è spazio per un’idea di abbigliamento sofisticato, ma contemporaneo, con influenze dal mondo della musica e del cinema. Penso ad esempio a Zadig&Voltaire o Sandro. Momonì e Attic and Barn abbracciano questa impostazione, con però quel qualcosa in più che solo un’azienda e una stilista italiana possono dare. Oof infine è nato con i capispalla, imbottiti e non. Non vogliamo copiare i piumini di nessuno, ma proporne di nuovi. Come le sneaker, sono qui per restare e possono aiutare Nyky a crescere più in fretta».

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